Gli interventi di Enrico Roccatagliata, prefetto della provincia di Monza e della Brianza, e di Anna Maria Crasti, esule, hanno caratterizzato mercoledì 18 febbraio, ne L’Auditorium di piazza Risorgimento a Seregno, l’iniziativa celebrativa del giorno del Ricordo della tragedia delle foibe, voluta dall’istituto Levi di via Briantina, inizialmente in programma giovedì 5 febbraio, prima di un suo rinvio. L’appuntamento si è svolto in una sala gremita, con la presenza di studenti, autorità militari, in rappresentanza dell’Arma dei carabinieri e della guardia di finanza, e politiche, partendo dal presidente del Consiglio regionale Federico Romani, fino ad arrivare a numerosi esponenti provinciali e sindaci della zona, senza dimenticare i vertici provinciali dell’associazione Venezia Giulia Dalmazia. «Io non ho mai passato un minuto a scuola a parlare di queste tematiche» ha spiegato in apertura il primo cittadino di Seregno Alberto Rossi, illustrando l’oblio che ha accompagnato a lungo l’accaduto. «La storia la scrivono i vincitori -si è accodato il presidente del Consiglio regionale Federico Romani– e noi dalla guerra uscivamo sconfitti».
Giorno del Ricordo: l’intervento del prefetto Roccatagliata

Il prefetto Roccatagliata, dopo una ricostruzione storica del periodo dei fatti, ha ricordato in particolare l’attentato di Vergarolla, spiaggia di Pola, avvenuto il 18 agosto 1946, che costò la vita ad un centinaio di persone. «Pola era ancora una città della neonata repubblica italiana -ha sottolineato-, che stava per diventare jugoslava ed era sotto la protezione inglese. Nessuna delle tre nazioni avviò una commissione di inchiesta sull’accaduto. L’Italia espresse un cordoglio solo formale».
Giorno del Ricordo: il racconto di Anna Maria Crasti

Dal canto suo, Crasti, dialogando con Massimo Viganò, dirigente dell’istituto Levi, si è rivista bambina, quando il 6 marzo 1947 scappò da Orsera di notte, su una barca con i remi fasciati da stracci, per la necessità di non fare rumore e scampare alle ronde jugoslave. «Mio padre era fuggito a Trieste prima del 10 febbraio, giorno del trattato di Parigi -ha commentato-. Era stato in carcere ed aveva rischiato per tre volte di finire nelle foibe. Mamma ed io lo raggiungemmo a Trieste, dove prendemmo una casa in affitto ed evitammo il campo profughi. Eravamo convinti che presto saremmo tornati, ma non fu così. Io rientrai per prima, nella certezza che i miei mi avrebbero raggiunta, ma rimasi per un anno circondata dall’affetto delle nonne». Crasti ha quindi concluso: «Orsera per me è casa. Ma non ci torno volentieri. Quando vado, trovo un ambiente sconosciuto, che non è quello che ho lasciato».