Il dato divertente è che il loro nome sembra una costante universale dello sguardo delle vecchie generazioni sulle nuove: il taglio (o non taglio) dei capelli. Come i “capelloni” degli anni Sessanta, i “teddy boys” dei decenni precedenti, le mode che invadono come un virus lo stile della capigliatura che pervade bene o male ogni generazione, come il gel a partire dagli anni Ottanta, il “mullet” tedesco dei Settanta tornato di recente, ciuffi e basette.
Ecco: se si dovesse scrivere una storia sociale del mondo, sarebbe un ottimo punto di partenza per descrivere il taglio (in tutti i sensi) tra generazioni: probabilmente qualcuno l’avrà fatto.

Villa reale di Monza: in mostra Conconi e la Scapigliatura, il movimento da Milano all’Italia
Era così anche per loro, a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento: un gruppo di artisti, scrittori, poeti che prima a Milano, poi in Lombardia, quindi in tutta Italia, sono stati etichettati da una felice intuizione di Cletto Arrighi: “La Scapigliatura e il 6 febbraio“, pubblicato nel 1862 da Sonzogno, che pensava, scrivendo, a “La vie de bohème” parigina raccontata da Henri Murger. Era la vita boema, quella degli zingari.
La sua versione italiana, batteva in testa: la capigliatura con la s, spettinati insomma, fuori dalle regole, contestatori, controcorrente, come lo era quella degli impressionisti oltralpe: insofferenti all’accademia e al buon senso comune. Al punto da non essere mai scuola né movimento, ma una sensibilità comune, figlia dello spirito dei tempi per quella nuova generazione.

Villa reale di Monza: in mostra Conconi e la Scapigliatura, la mostra al Serrone fino al 14 marzo 2027
D’altra parte, quanto Luigi Conconi inizia a dipingere e firma la sua “Giovinetta malata”, era il 1877, gli anni in cui frequentava Tranquillo Cremona, Giuseppe Grandi e Daniele Ranzoni, esponenti della Scapigliatura – che come mostra una loro fotografia, avevano tanto per la testa, per così dire.
Non è uno degli esponenti più riconosciuti, ma c’è una mostra a Monza che prova a riscrivere la sua fortuna e centralità artistica dell’epoca: “Luigi Conconi e la Scapigliatura”, 150 opere sue e del suo contesto artistico che occupano gli spazi dell’Orangerie della Villa reale di Monza (sì, è il Serrone), dal 6 novembre e fino al 14 marzo 2027, dopo l’inaugurazione di giovedì. Un progetto firmato da Vidi Cultural e Ponte 43 con il Consorzio Villa reale e Parco di Monza, a cura di Simona Bartolena, che racconta “un artista molto apprezzato dal collezionismo privato e ben rappresentato nelle raccolte pubbliche, Luigi Conconi è, tuttavia, rimasto a lungo ai margini dai principali percorsi espositivi. L’intento dell’iniziativa è restituire alla sua produzione la giusta visibilità e il corretto riconoscimento critico, a cent’anni dall’ultima monografica dedicata alla sua attività pittorica”.
Villa reale di Monza: in mostra Conconi e la Scapigliatura, cosa c’è in mostra
E allora oltre ottanta opere di Conconi, tra dipinti, disegni e incisioni, provenienti da collezioni pubbliche e private “che consentono di far riscoprire e apprezzare al grande pubblico una delle personalità più originali della Scapigliatura e un vivace protagonista della scena culturale milanese del suo tempo”, affiancato dai lavori di Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Giuseppe Grandi e di altri autori legati agli ambienti scapigliati, da Vespasiano Bignami a Paolo Troubetzkoy, fino a Gaetano Previati.
“Luigi Conconi ha interpretato lo spirito della Scapigliatura con una pittura raffinata e anticonvenzionale, attenta agli effetti della luce, alle atmosfere intime e alla resa psicologica dei soggetti – scrive la curatrice – ma la sua ricerca si distingue per una pennellata libera e vibrante che dissolve i contorni e privilegia l’impressione visiva: uno stile personale che nella sua evoluzione testimonia il passaggio dalla stagione scapigliata a quella simbolista e Art Nouveau”, cioè la porta d’ingresso al Novecento.