Certo che c’è la guerra. Le mappe mostrano frecce rosse. Gli analisti parlano di escalation e in tv si litiga su chi abbia il missile più lungo. Poi però apri Instagram e scopri che metà degli italiani nei paesi del golfo, è serenamente a fare aperitivo vista grattacielo. “Coreografico”. Il sistema anti-drone e la difesa aerea fanno il loro mestiere con efficienza quasi svizzera. Intercettano, neutralizzano, rassicurano. E il turista italico? Riprende tutto in 4K.
La guerra, ma glamour quando qualche rottame intercettato dalla contraerea cade a terra. Però è la guerra.
Il momento più alto lo abbiamo toccato con il nostro ministro della Guerra (o della Difesa, ma guerra suona più epico). Talmente sul pezzo che era “quasi al fronte”. Così avanti che se faceva un passo in più finiva nel duty free. Una presenza istituzionale forte, a pochi chilometri dalle esplosioni, abbastanza vicino da sentire il rumore ma non così tanto da rovinare l’agenda.
Intanto il web si riempie di video apocalittici: palazzi in fiamme, cieli solcati da scie luminose, sirene. Peccato che molti filmati trasmessi dalle tv siano datati, riciclati, a volte decontestualizzati. Ma funzionano: condividi, commenti, aggiungi “qui è l’inferno” e il panico è servito. Qualcuno semina terrore, qualcun altro like. L’algoritmo chiama, la prudenza risponde occupato.
Così la realtà, complessa, tesa, ma non apocalittica, finisce compressa tra due estremi. L’influencer improvvisato inviato di guerra e il titolone da fine del mondo. In mezzo c’è una città come Dubai che vive una condizione sospesa, con sistemi di difesa che funzionano e protocolli che scattano, ma anche con un’informazione che a volte sembra più interessata al volume che al contesto.