#Morosininpista: perché non credo alla rivoluzione della Formula 1
Monza Gran premio d’Italia F 1 2019 (Foto by Fabrizio Radaelli)

#Morosininpista: perché non credo alla rivoluzione della Formula 1

Perché dividerà ancora di più il campionato in serie A e serie B, perché non investe sull’intelligenza dei progettisti: ecco perché la Formula 1 non sarà rivoluzionata. L’analisi di #Morosininpista.

La vigilia del GP degli Stati Uniti è trascorsa con la presentazione del nuovo regolamento tecnico e sportivo della F1 che andrà in vigore nel 2021. Come al solito il leitmotiv è spendere meno e aumentare lo spettacolo. Finora le buone intenzioni hanno partorito solo degli aborti: i soldi spesi sono stati di più (si parla di 400 milioni per i top team, ma io credo che non siano bastati a Mercedes soprattutto) e lo spettacolo nella maggior parte dei casi ha lasciato posto a dormite colossali. Tant’è.

Dal 2021, gomme più larghe, aerodinamica meno esasperata e semplificata in modo da ridurre la velocità, permettere una minore perdita di carico aerodinamico con conseguente diminuzione della velocità e maggiore agevolazione nei sorpassi. Non da ultimo, l’obbligo di usare una parte della componentistica standard per diminuire i costi il cui tetto è stato portato, per ciascuna squadra, a 175 milioni di dollari, circa 157 milioni di euro: chi sfora paga. E, dulcis in fundo, portare il numero dei gran premi per stagione da 22 a 25.

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La Federazione automobilistica internazionale, e di conseguenza Liberty Media, ha affidato questa sorta di rivoluzione tecnica a Ncholas Tombazis, l’ex aerodinamico che alla Ferrari non è riuscito a cavare un ragno dal buco: figuriamoci se riuscirà a portare a compimento le proposizioni che ho citato. Limitare il budget alle grandi case automobilistiche significherà, probabilmente, avere una Formula 1 divisa in serie A (le squadre ufficiali) e in serie B (quelle a cui vengono noleggiati i motori).

Non mi piace questa falsa rivoluzione che si illude di poter cambiare un volto, quello della F1, che piano piano sta impallidendo per mancanza di vera competitività fra squadre e piloti. Rivedere di questi tempi un pilota, come Ayrton Senna con la Toleman, che al volante di una monoposto di bassa competitività metta in discussione a Montecarlo sotto la pioggia la possibile vittoria di un Hamilton mi sembra utopia. La rivoluzione vera, in Formula 1, potrebbe avvenire solo assorbendo il vecchio “dettato” di Enzo Ferrari: stabilire, cioè, tre o quattro vincoli e dare spazio all’intelligenza dei progettisti. Le differenze di “casta” in Formula 1 ci sono sempre state, sia quando la Ferrari correva con il suo 12 cilindri contro i “garagisti” britannici le cui monoposto erano spinte dai motori 8 cilindri Cosworth, alcuni dei quali beneficiavano di progettisti in grado, grazie a sponsorizzazioni molto consistenti, di vincere gare e campionato; sia quando alcune case costruttrici entrarono con la fornitura di motori in gradi di rivaleggiare e battere anche quello di Maranello.

Sospetto, infine, che dietro questa rivoluzione ci sia, alla lunga, l’intenzione di cambiare radicalmente la Formula 1 portandola sul sentiero della motorizzazione elettrica. Che è poi il desiderio nascosto di Mercedes, Renault e, forse, Honda.


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