Ci sono persone che appartengono a un luogo, a un tempo, a una passione. E quando se ne vanno non lasciano un vuoto: si portano via un pezzo di mondo. Per me Fiorenzo Dosso era questo.
L’ho conosciuto sui banchi della tribuna stampa del Monza quando la Serie A era un miraggio lontano, quasi una favola da raccontare nelle sere d’inverno. Il Monza arrancava in Serie B, qualche volta sognava, spesso soffriva. E noi eravamo lì. Fiorenzo per il Corriere dello Sport-Stadio, Paolo Corbetta per la Gazzetta dello Sport, io per il Giornale di Indro Montanelli. Erano anni diversi. Meno tecnologia, più umanità. Meno fretta, più racconti.
Fiorenzo era un gran tifoso del Torino. Lo era nell’anima, prima ancora che nelle parole. Di quel Toro aveva il carattere: fedele, ostinato, capace di soffrire senza mai smettere di amare. Ma soprattutto era un giornalista vero, di quelli che consumavano le suole e riempivano taccuini. Conosceva tutti. I giocatori, i dirigenti, i magazzinieri, gli allenatori. Spesso sapeva le notizie prima ancora di chi avrebbe dovuto comunicarle. E poi c’erano le risate.
Come dimenticare quella domenica surreale in cui, per un disguido della segreteria, mi ritrovai costretto a seguire la partita da casa, una sorta di smart working ante litteram quando ancora nessuno immaginava cosa fosse. Fiorenzo mi passò il risultato. Peccato che fosse sbagliato. Quando se ne accorse mi telefonò disperato. Era mortificato. Ricordo ancora la sua voce agitata, la paura di avermi messo nei guai. Correggemmo tutto in tempo e il disastro fu evitato. Dopo? Dopo ridemmo per settimane. Anzi, per anni. Perché ogni volta che tornava fuori quella storia scoppiavamo a ridere come fosse la prima.
Era fatto così, Fiorenzo. Le partite erano soltanto una parte del pomeriggio. Il resto era vita condivisa. Erano le battute al passaggio dei gufi sopra lo stadio, i commenti sussurrati in tribuna, le prese in giro, le discussioni infinite sul calcio e sui suoi protagonisti. Erano quei momenti che nessuna telecamera riprende e che nessuna statistica conserverà mai. Poi, un giorno, arrivò la malattia. All’inizio quasi non ci volevi credere. Poi cominciarono le assenze, i silenzi, le notizie che non avresti mai voluto ricevere. E quella che era sempre stata una corsa piena di entusiasmo diventò una lenta e dolorosa discesa. Una battaglia combattuta con dignità, senza clamore, come fanno gli uomini migliori.
Oggi che Fiorenzo non c’è più, mi accorgo che non mi mancherà soltanto il collega. Mi mancherà l’amico. Mi mancherà quella telefonata inattesa. Mi mancherà il suo sorriso. Mi mancherà sapere che, da qualche parte in tribuna, c’era lui. Perché i giornalisti scrivono migliaia di articoli. Ma alla fine ciò che resta non sono le righe pubblicate il giorno dopo. Restano le persone. Restano gli abbracci. Restano le risate. E allora addio, Fiorenzo. Se esiste davvero uno stadio lassù, sono sicuro che avrai già trovato il tuo posto in tribuna stampa. Starai discutendo di calcio, raccontando aneddoti e tifando Toro con la stessa passione di sempre. E magari, tra una battuta e l’altra, starai ancora correggendo qualche risultato sbagliato. Noi, invece, resteremo qui con il privilegio di averti conosciuto e con il dolore di averti perso. Ciao Fiorenzo. Grazie per le risate, per l’amicizia e per tutti quei pomeriggi che oggi, improvvisamente, sembrano appartenere a un calcio più bello e a una vita più gentile.
Ci mancherai. Tanto.