A Milano, in due giorni, è andato in scena il solito spettacolo. Prima la piazza, poi la gara a intestarsela. Venerdì gli studenti hanno protestato per scuole, caro vita e politiche del governo. Sabato un corteo contro guerre e rincari è partito pacificamente. Poi sono arrivati pietre, barricate incendiate e negozi saccheggiati. Domenica, nuove tensioni in centro. Da lì in avanti, ciascuno ha scelto la scena più utile alla propria tesi. La cronaca, come spesso accade, è diventata un fastidio. Mettiamola in fila.
Manifestare è un diritto. Devastare è un reato. Non c’è slogan che trasformi una vetrina sfondata in un programma politico, né cappuccio che promuova il teppista a portavoce degli ultimi. Il caro vita non autorizza a presentare il conto al negoziante che si ritrova il locale distrutto. La rabbia può spiegare molto. Non assolve tutto. Ma c’è anche il trucco opposto. Usare i saccheggi per cancellare le ragioni della protesta. Gli studenti segnalano scuole degradate, affitti e trasporti troppo cari. In piazza si è parlato di rincari e stipendi. Sono questioni che non evaporano quando brucia una barricata.
Se la politica risponde soltanto con la condanna dei disordini, fa il suo dovere a metà. Spegne il fumo e lascia acceso l’incendio. Infine arriva il gioco delle etichette. Per gli uni, ogni manifestante è un devastatore. Per gli altri, ogni devastatore è un infiltrato mandato dal sistema. Così nessuno risponde di nulla. I violenti diventano comparse, i problemi sociali spariscono e la responsabilità rimbalza da una parte all’altra. Una piazza può contenere insieme dissenso legittimo e violenza da perseguire. Non è una contraddizione: è la realtà. Che raramente si lascia mettere in uno slogan. Il sindaco di Milano ha riconosciuto le ragioni della protesta e condannato i danni. Non serve un corso di equilibrismo per tenere insieme le due cose. Il governo può fare altrettanto, senza scambiare ogni corteo per un assalto alle istituzioni. E l’opposizione può difendere chi protesta senza diventare improvvisamente muta quando volano i sassi.
La condanna della violenza non è una concessione alla destra. La critica al governo non è un’assoluzione dei violenti. Milano non ha bisogno né di vetrine sfondate spacciate per politica né di politici che le usano come alibi per non parlare d’altro. Chi ha devastato risponda. Chi ha portato in piazza problemi reali riceva risposte. Altrimenti resteranno una città da ripulire e le stesse ragioni per tornare a protestare. Il conto, come al solito, lo pagheranno i cittadini. Senza aver ordinato né il corteo né il disastro.
Intanto, tra chi lancia pietre e chi lancia comunicati e Milano raccoglie i cocci. Quelli delle vetrine e quelli di una politica che si presenta solo quando c’è una telecamera davanti. I negozianti pagano i danni, i cittadini il conto e i partiti si dividono il merito della condanna in una sorta di comizio autoreferenziale. Almeno su questo c’è unità. La fattura arriva sempre al civico sbagliato. E il dibattito? Resta in saldo e l’apertura rinviata.