Venerdì 29 maggio il Monza si gioca l’ingresso in Serie A e la città si scopre improvvisamente divisa tra due certezze assolute. Chi ha già controllato dieci volte il calendario e chi mente dicendo di essere tranquillo. L’evento, tecnicamente una partita di calcio, è stato ormai elevato a rito collettivo con sintomi da fine del mondo e inizio del paradiso sportivo.
All’U-Power Stadium si prevede il tutto esaurito e anche qualcosa in più. In tribuna, tra sciarpe, rosari e calcolatrici per simulare i risultati possibili, si consumerà l’ennesima variazione sul tema della sofferenza brianzola, disciplina olimpica non ancora riconosciuta dal Cio, ma già praticata da generazioni.
La squadra arriva all’appuntamento con la leggerezza tipica di chi “non deve pensarci”, formula che nel calcio equivale a dire “stiamo già pensando a tutto”. L’allenatore Bianco (nel senso anagrafico del termine…) predica calma, i tifosi predicano altro, ma sempre con una certa compostezza istituzionale. In città, intanto, si moltiplicano i segnali pre-apocalittici.
Chi indossa la stessa maglia da tre giorni, chi ha vietato parole come “classifica” e “speranza”. E chi ha deciso che guardare la partita “porta sfortuna” ma anche non guardarla “porta peggio”. La scaramanzia è ai massimi storici, con picchi registrati nei pressi dei divani. Sul fronte opposto, il Catanzaro si presenta con la serenità di chi non ha niente da perdere e quindi, per definizione, è pericolosissimo. Una condizione esistenziale che nel calcio corrisponde spesso a “ci rovineranno la serata”.
In palio c’è la Serie A, cioè quel posto immaginario dove le partite iniziano e finiscono sempre con la stessa promessa. Ma a Monza lo sanno bene. Qui nulla è mai solo una partita, soprattutto quando lo è davvero.