Più che un rimpasto di giunta, ad Arcore è andato in scena un esperimento teatrale tra Ionesco, il Bagaglino e una riunione di condominio finita male. Per settimane la politica cittadina ha offerto ai cittadini uno spettacolo surreale fatto di veti, ricatti, musi lunghi e trattative degne del calciomercato di gennaio. Mancava solo qualcuno affacciato dal balcone del municipio con la frase: “State sereni”. E infatti, alla fine, è arrivata Serenella. Corbetta. La verità è che questa crisi non l’ha capita nessuno. Forse nemmeno i protagonisti. Una mozione di sfiducia annunciata, minacciata, accarezzata e poi ritirata come la mano davanti a una stufa troppo calda. Tutti contro tutti, ma senza mai arrivare davvero al dunque. Perché nella politica arcorese la crisi è come il karaoke dopo mezzanotte: tutti dicono di voler andare via, ma nessuno molla il microfono. Il sindaco Maurizio Bono salva la poltrona e può tirare il fiato. Poi si vedrà. Da queste parti il futuro politico dura meno di una storia su Instagram. Nel frattempo il cittadino medio osserva la scena con lo stesso smarrimento di chi entra in un episodio già iniziato di una serie turca. La politica arcorese sembra vivere in una dimensione parallela. Il dato finale è quasi poetico. Dopo settimane di guerra civile in miniatura, tutti possono dire di aver ottenuto qualcosa: una delega, una promessa, una carezza politica, un contentino o almeno una foto di gruppo. È il grande mercato delle vacche versione brianzola, dove nessuno paga mai il conto tranne i cittadini. Che nel frattempo assistono all’ennesima puntata di una politica sempre più autoreferenziale. Dove le poltrone contano più delle idee e i comunicati sembrano scritti da ChatGPT dopo tre spritz.
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