Effetto Iran: investimenti fermi, energia al lumicino e mani legate

La crisi causata dalla guerra in Medio Oriente analizzata da chi ha il 95% del fatturato sul mercato estero. E dall'Ufficio Studi di Confartigianato.
Monza Sandro Salmoiraghi
Monza Sandro Salmoiraghi

Spero che una crisi così non ritorni mai più. Un’affermazione che, fatta in Brianza, ha indubbiamente un certo peso. Perché qui gli imprenditori sono abituati a fronteggiare congiunture negative di ogni tipo: da quella innescata nel 2008 dalla crisi finanziaria statunitense, al maremoto dovuto all’emergenza sanitaria nel 2020, alla tempesta stimolata dai dazi a stelle e strisce. Questa volta, però, è tutto diverso.

Effetto Iran: l’esperienza di chi fattura per il 95% all’estero

«In pratica – specifica Sandro Salmoiraghi, classe 1933, presidente della Salmoiraghi Automatic Handling, azienda monzese specializzata nella produzione di impianti per la movimentazione automatica – non mi ricordo una crisi come questa, caratterizzata dalla concomitanza di diversi fattori negativi».

Salmoiraghi ha un’esperienza fatta di 50 anni di viaggi in giro per il mondo per motivi professionali. La sua azienda realizza il 95% del fatturato all’estero. I mercati asiatici, in particolare Cina e India, sono sempre stati un importante sbocco. «Ora – aggiunge Salmoiraghi – domina l’incertezza. Tutti gli investimenti sono bloccati e tutti sono in attesa di capire cosa succederà nei prossimi giorni. L’India, che pure si stava riprendendo dopo il problema dei dazi, si sta fermando per la carenza di gas e petrolio. Manca l’energia elettrica. Le aziende, in alcune aree del Paese, stanno ragionando sulla possibilità di ridurre la settimana lavorativa da 6 a 4 giornate. Poi ci sono le questioni legate ai noli marittimi e all’aumento delle spese assicurative: le navi devono prendere altre rotte. Non c’è che da stare alla finestra e sperare che questo momento passi rapidamente».

Effetto Iran: l’Ufficio Studi di Confartigianato

A delineare i possibili scenari futuri ha provveduto anche l’Ufficio Studi di Confartigianato. «Considerata l’elevata incertezza sugli esiti dell’attuale guerra in Medio Oriente – viene precisato -, la BCE ha proposto due scenari alternativi, di gravità crescente. Nello scenario avverso delineato dallo staff della Banca centrale europea si ipotizza un calo del 40% dei flussi di petrolio e GNL a Hormuz nel secondo trimestre del 2026, con una normalizzazione nel quarto trimestre del 2026. Sulla base di queste ipotesi i prezzi del petrolio e del gas raggiungeranno il picco rispettivamente a 119 dollari al barile e 87 euro per MWh nel secondo trimestre del 2026, per poi convergere verso le ipotesi di base entro il terzo trimestre del 2027. Rispetto allo scenario di base, lo scenario avverso implica che l’inflazione nel 2026 sarebbe del 3,5%, superiore di 0,9 punti percentuali allo scenario base, mentre la crescita del PIL nel 2026 sarebbe dello 0,6%, di tre decimi di punto inferiore allo scenario base. La fiammata inflazionistica innescata dalla guerra del Golfo, con l’indice dei prezzi dell’area dell’euro che sale del 2,6% nello scenario base per oscillare tra il 3,5% e il 4,4% negli scenari meno favorevoli, potrebbe innescare una stretta monetaria, che genererebbe effetti recessivi, fermando la ripresa della produzione manifatturiera e degli investimenti e amplificando il rallentamento del mercato del lavoro».