Ha iniziato a lavorare giovanissimo nel settore dell’abbigliamento («a 20 anni ho fondato il mio primo brand»). Da imprenditore ha superato periodi durissimi («durante il Covid ho accumulato debiti a parecchi zeri») e da qualche tempo spopola anche sui social. Mattia Berveglieri, emiliano, non ancora quarantenne, non è il classico influencer che propone abiti e accessori vantandosi dei suoi acquisti o delle donazioni ricevute.

Berveglieri, il detective del fashion ospite a Monza: sul palco del Rotary Club Monza Villa reale
Al contrario, è una guida che insegna a leggere un’etichetta, a riconoscere un buon tessuto e il giusto rapporto qualità prezzo. Ospite del Rotary Club Monza Villa Reale, presieduto da Cesare Lavia, Berveglieri ha rimarcato che «spesso, soprattutto i più giovani, comprano un capo di un brand famoso per ottenere uno status, senza preoccuparsi di quanto il loro acquisto possa durare, di che cosa metta a contatto con la propria pelle, di ciò che sta dietro quella produzione».
Berveglieri, il detective del fashion ospite a Monza: come valutare un brand
Stessa attenzione va posta anche quando si acquista un prodotto economico: «Se un capo costa poco ed è stato prodotto in paesi dove la manodopera viene sfruttata, quanto saranno stati pagati i lavoratori? E qual è la qualità del prodotto?». Per questo, sui suoi profili social, con un linguaggio diretto e colorito, invita il consumatore a farsi domande e a non lasciarsi guidare dall’impulso sia nel caso si trovi di fronte a un capo di un noto brand sia per quanto riguarda uno di fast fashion. I suoi consigli hanno iniziato a fare presa: «Ricevo almeno un centinaio di messaggi al giorno di persone che mi ringraziano. Ho anche follower adulti che trasmettono i miei suggerimenti ai loro figli». Spesso inviso a brand famosi, Berveglieri non teme di sottolineare che «fino a qualche anno fa un capo di marca era sinonimo di qualità. Oggi il più delle volte compri un nome. Non è detto, quindi, che più spendi meglio spendi».
Berveglieri, il detective del fashion ospite a Monza: come leggere l’etichetta, occhio anche al Made in Italy
In tanti suoi post l’imprenditore influencer mostra capi di abbigliamento costosissimi il cui tessuto è prevalentemente di poliestere, un materiale «non costoso e non naturale che, oltretutto, rilascia microplastica sulla nostra pelle e nell’ambiente». Berveglieri invita a prediligere marchi che hanno adottato «una politica di trasparenza e di tracciabilità» e di non prendere alla lettera la dicitura “Made in Italy” «dato che anche le aziende italiane producono all’estero per questione di costi». Si all’usato: «Mi auguro che l’abitudine di acquistare capi usati si diffonda. I materiali di una volta erano più curati. Non è un caso che vi siano capi di vent’anni fa che si possono indossare ancora oggi».
Tra gli “scoop” di Berveglieri anche la cattiva qualità delle polo dei Vigili del Fuoco che a contatto con l’acqua si laceravano o si sfibravano. «Molti di loro mi hanno ringraziato personalmente» ha concluso.