Un incendio “con finalità intimidatoria”, in pieno stile mafioso. Ha una spiegazione inquietante il rogo che il 18 ottobre di un anno fa aveva interessato un’azienda di autodemolizione di viale delle Industrie, a Monza, provocando danni stimati dal titolare tra i 150.000 e i 200.000 euro. Un incendio che, secondo le indagini della quadra Mobile della Questura, attraverso l’analisi delle immagini di videosorveglianza, decine di intercettazioni telefoniche e ambientali, accertamenti sui dispositivi elettronici e approfondimenti sui sistemi di localizzazione satellitare, sarebbe stata “un’azione incendiaria pianificata e commissionata con finalità di ritorsione”, essendo maturata nell’ambito di presunti contrasti “legati a un precedente procedimento giudiziario per truffe nel settore automobilistico”.
Le indagini degli investigatori della questura, coordinati inizialmente dalla Procura della Repubblica di Monza e successivamente con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Milano hanno portato nei giorni scorsi la Polizia di Stato ha dare esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di due persone e a quattro decreti di perquisizione.

Monza, l’incendio alle sfasciacarrozze “azione intimidatoria e ritorsiva”
L’incendio, divampato intorno alle 22, aveva richiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco e delle Volanti della Questura di Monza. Le squadre del Comando provinciale del vigili del fuoco, intervenute tempestivamente, avevano evitato che le fiamme si propagassero alle proprietà confinanti. Le indagini immediate avevano consentito di ricostruire che si era trattato in un atto doloso, per ritorsione. Secondo quanto emerso dalle indagini all’origine del gesto ci sarebbero stati contrasti maturati nell’ambito di un procedimento penale relativo a un sistema di truffe finanziarie connesse all’acquisto e alla rivendita di autovetture mediante finanziamenti ottenuti con documentazione falsa. Il presunto mandante avrebbe deciso di colpire l’azienda dopo che i titolari della azienda “coinvolti nel medesimo procedimento”, avrebbero aiutato l’autorità giudiziaria, con le loro dichiarazioni, a contribuire alla ricostruzione del presunto sistema fraudolento. Sarebbe stato anche un avvertimento “finalizzato a condizionare l’atteggiamento processuale delle persone offese” in vista di una “successiva imminente udienza”. Particolarmente significativa, secondo gli investigatori, sarebbe stata la scelta dell’obiettivo, individuato nell’ultima attività economica rimasta alla famiglia delle vittime dopo i sequestri dell’autorità giudiziaria.


Monza, incendio allo sfasciacarrozze: perquisizioni anche a Bernareggio
Dalla analisi delle immagini della videosorveglianza da parte degli investigatori sarebbe emerso che le due persone, indagate, sarebbero arrivate sul luogo dell’incendio a bordo di un’auto, una avrebbe scavalcato la recinzione dell’impianto per introdursi nel piazzale e, con il supporto del complice, appiccare l’incendio usando liquido infiammabile. Gli investigatori sono riusciti a individuare l’autovettura utilizzata e a ricostruirne gli spostamenti, sia prima sia dopo l’incendio. Ulteriori riscontri sono emersi nel corso della successiva attività tecnica. Il quadro indiziario incastra le quattro persone, alle quali vengono attribuiti ruoli differenti: un presunto mandante, un intermediario incaricato di individuare gli esecutori e le due persone ritenute responsabili dell’esecuzione materiale dell’incendio.
Due degli indagati, tra l’altro, risultano coinvolti nell’operazione per associazione di tipo mafioso denominata “Rinascita-Scott”. Alla luce di questo fatto e delle modalità dell’azione, dalla finalità intimidatoria. il giudice per le indagini preliminari ha riconosciuto l’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, accogliendo la richiesta della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano – Direzione Distrettuale Antimafia, ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti dei due presunti esecutori materiali, un uomo di 54 anni già detenuto per altra causa, e il secondo indagato, inizialmente sfuggito all’esecuzione del provvedimento restrittivo a suo carico, rintracciato nel pomeriggio di mercoledì 14 ottobre all’aeroporto di Malpensa, di rientro dall’Australia. L’esecuzione di quest’ultimo provvedimento è avvenuta insieme a personale della Polizia di frontiera presso lo scalo aereo di Malpensa e con la collaborazione del Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia.
Eseguite inoltre quattro perquisizioni a Bernareggio, Gaggiano, Brembate e, con la collaborazione della Squadra mobile, del comune di Pizzo, Vibo Valentia, anche nei confronti di altre due persone non indagate, “contigue ai presunti autori” del reato. Nel corso delle attività sono stati sequestrati numerosi telefoni cellulari, l’hard disk dell’impianto di videosorveglianza esterno dell’abitazione di uno degli indagati e due localizzatori GPS, sui quali saranno svolti ulteriori approfondimenti investigativi.