L’intelligenza artificiale è ormai conosciuta più o meno da tutti, anche dai truffatori. Misure cautelari per 5 persone e sequestri per quasi 900mila euro in nove province, tra le quali quella di Monza e Brianza, e anche all’estero, in Belgio, sono stati eseguiti nella mattinata di martedì 13 ottobre dalla Guardia di finanza nell’ambito di una indagine su una presunta truffa legata alle criptovalute. In azione i finanzieri del Comando Provinciale di Trento – coadiuvati dai colleghi del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (S.C.I.C.O.) e del Nucleo Speciale Repressione Frodi Tecnologiche e da numerosi Reparti del Corpo sul territorio nazionale, con il supporto dell’organo di cooperazione giudiziario europeo EUROJUST.
Il decreto è stato emesso dal Giudice per le indagini di Trento, su richiesta della locale Procura Distrettuale della Repubblica. Le misure cautelari hanno interessato cinque persone. Eseguito inoltre un sequestro preventivo, anche per equivalente, di oltre 877.000 euro nei confronti di due persone, costituenti il presunto profitto della truffa. Effettuate poi “numerose perquisizioni e acquisizioni documentali” in Trentino Alto Adige, Lombardia e Veneto. Le misure cautelari ed i sequestri, eseguiti nelle province di Cremona, Lecco, Mantova, Milano, Monza Brianza, Pavia, Trento, Treviso, Vicenza e all’estero, in Belgio.
Truffa con la AI: “investimenti ingannevoli” su comuni pc con i bitcoin
L’attività di indagine è stata avviata ad aprile del 2024 e condotta dal G.I.C.O. (Gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata) del Nucleo polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Trento e ha consenti di individuare e smantellare “un sofisticato schema fraudolento” perpetrato “nel settore del finto mining (creazione ndr) di criptovalute”, denominato “Hashburst”.
Gli indagati, alcuni dei quali “sedicenti esperti del settore informatico” dicono le fiamme gialle, avrebbero proposto “investimenti ingannevoli” sfruttando il richiamo tecnologico dell’interazione tra l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Attività illegale che avrebbe generato un danno patrimoniale per circa 877.000, cifra riferita alle querele finora ricevute, ma secondo le Fiamme gialle ammonterebbe almeno a 5 milioni “per il solo Trentino Alto Adige”. Un sistema – dicono gli investigatori – che pare sia stato replicato anche in altre regioni italiane, “a scapito di numerosi risparmiatori, imprenditori, pensionati e liberi professionisti”.
Truffa co AI: ramificazioni anche all’estero e presunto “giro” milionario
I presunti truffatori, secondo quanto ricostruito dalle Fiamme gialle, “organizzando numerosi convegni in noti hotel del Trentino, utilizzando i social network ed avvalendosi della rete di conoscenze e clientela di un consulente finanziario locale“, si sarebbero presentati “come responsabili di un innovativo progetto”: nei fatti “pubblicizzavano e promuovevano investimenti legati alla vendita di apparati elettronici altamente innovativi, basati sull’I.A. e a basso impatto ambientale” e “garantivano gli investimenti attraverso forme d’investimento fittizie (lettere di patronage prive di valore emesse da una società estera)”.
La richiesta era di investire tra i 4.000 e i 30.000 euro per singolo dispositivo con la promessa di guadagni tra 0,8 e 1 Bitcoin mensili o annuali, “che sarebbero dovuti derivare dall’estrazione di note valute digitali come Bitcoin, Ethereum, Dogecoin e Litecoin”.
In realtà, dalle indagini è emerso che gli “apparati elettronici innovativi” erano “semplici personal computer assemblati, dotati di una potenza di calcolo minima e totalmente inidonei a svolgere l’attività promessa”. Inoltre “le applicazioni ed i siti internet forniti per visualizzare i presunti guadagni realizzati erano di fatto ingannevoli“. A fronte di dubbi e richieste di giustificazioni dei risparmiatori, gli indagati, per ammansirli, avrebbero trasferito piccole somme (rewards) di alcune decine di euro e comunicato che il mancato versamento dei reali guadagni promessi era legata a cambi di compagini societarie o problematiche di natura tecnica.
Il gruppo avrebbe inoltre potuto contare su una “architettura finanziaria” poggiata “su un solido circuito internazionale” per ostacolare la tracciabilità dei fondi: le entrate derivanti dalle vendite sarebbero infatti state fatturate da due società di diritto inglese “riconducibili ai sodali”, mentre i pagamenti delle vittime confluivano su conti correnti esteri, con una netta prevalenza di istituti bancari con sede in Belgio. Tra le figure di spicco dell’organizzazione ci sarebbe una persone di origine lombarda, con dimora in Svizzera, già noto per reati economico-finanziari, “risultato, in passato, vicino a contesti di criminalità organizzata riconducibili alla ‘ndrangheta” e già stato destinatario, nel giugno 2023, di una misura cautelare personale per presunte frodi e indebita percezione di fondi legati al PNRR.