Ci sono sport che diventano un po’ come delle famiglie allargate. C’è un pezzo di Brianza che ama il football americano e che non potrà dimenticare Carlo Palazzolo, per tutti Cipì, protagonista del movimento e morto negli ultimi giorni.
“La grinta, la risata, la testardaggine, la schiettezza e la dolcezza nascosta sotto l’armatura” ricordano gli amici di uno sportivo che sapeva “trasformare il caos in direzione e in squadra. E non solo in campo. Ai tempi dei Puma America Football, quando la comunicazione sportiva era un far west di volantini stropicciati e siti web che sembravano fatti con le costruzioni duplo, noi due ci eravamo messi in testa di fare sul serio. E sul serio lo facemmo”. Con i Daemons monzesi, Cipì è stato protagonista di una disciplina sportiva che ha trovato terreno anche in Brianza per la quale è ricordato come uno che ”mentre il resto del mondo litigava, sbuffava, filosofeggiava sul regolamento, lui aveva scelto la strada maestra: ha sposato una (ex) arbitro di football americano”.
Storia di passione e di football americano: cos’ha lasciato Carlo Palazzolo
“E poi c’erano i ragazzi. I suoi ragazzi – continua il racconto di Elisabetta Spina – Quelli che allenava, rimetteva in piedi, spingeva oltre il limite. Li guardava come si guarda una vittoria possibile, come si guarda un campo vuoto prima della partita: con fiducia, con rispetto, con quella specie di amore che si sente. E sì, il finale è triste. Perché Carlo non c’è più. E la Brianza del football, l’Italia del football americano, ha perso un pezzo di cuore, uno di quelli che non si rimpiazzano“.
“Ma la sua storia, questa storia, non finisce qui. Perché ci sono vite che non si chiudono: si allargano. Si infilano nei ricordi, nelle risate, nelle partite future, nei ragazzi che entreranno in campo senza sapere che un pezzo di quel campo l’ha costruito lui. E allora, ogni volta che un casco si allaccia, ogni volta che una squadra si stringe, ogni volta che un ragazzo decide di provarci ancora, Carlo è lì. A bordo campo. Con quel sorriso mezzo arrabbiato e mezzo felice, il suo marchio di fabbrica. E oggi come sempre lo sento qui vicino che urla: ‘Forza. Dai. Che la partita non è mica finita’“.