Arcore, una memoria selettiva, che viaggia pure a targhe alterne

Tra richiami e refusi la storia diventa terreno di scontro, più che di conoscenza
Sergio Ramelli
Sergio Ramelli

Avrei potuto chiudere l’articolo in due righe. Sottolineando l’errore su Fausto e Iaio (chiamati nella delibera Lele e Iaio ndr) che smaschera un’approssimazione concettuale prima ancora che storica di chi ha scritto quel documento. E ancora peggio di quelli preposti al controllo e non hanno fatto il loro dovere. Chi ha vissuto anche solo di sfuggita quegli anni non può certo dimenticare. A cominciare dai nomi. E non si tratta solamente di una questione formale. Dal momento che in città trionfa l’ipocrisia sparsa a piene mani.

Arcore: la memoria condivisa non può essere selettiva

Ad Arcore si consuma l’ennesimo psicodramma della memoria. Il Partito democratico si è trincerato contro l’intitolazione di un luogo pubblico a Sergio Ramelli. Evocando la formula rassicurante della “memoria condivisa”. Parole nobili, certo. Ma che qui suonano come un paravento, buono per rinviare, depotenziare, annacquare. Perché la memoria, se è davvero condivisa, non può essere selettiva. La sgangherata maggioranza che regge il Comune ha dichiarato di voler riconoscere tutti i caduti dell’odio politico, senza steccati ideologici: da Ramelli a Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, il “Iaio” della memoria collettiva milanese e non solo del quartiere Casoretto. Un gesto che va nella direzione di ricomporre, non di dividere. Perché gli anni di piombo sono stati una ferita trasversale, e le vittime non hanno colore se non quello, tragico, del sangue versato. Che è uguale per tutti.

Arcore: si discute molto, ma si studia poco

Eppure, mentre si invoca la prudenza e si brandisce la storia come clava politica, nella delibera compare un dettaglio che dettaglio non è. Si parla di “Fausto e Iaio Tinelli” che già basterebbe a far sobbalzare chiunque abbia anche solo sfiorato quella pagina drammatica e si arriva perfino a evocare un improbabile “Lele”, figura di cui non si ha traccia nella vicenda. Un nome che sembra uscito da un refuso più che da un archivio storico. È un inciampo che pesa. Perché se si pretende rigore nel nome della memoria, il minimo sindacale è conoscere con esattezza ciò di cui si parla. Altrimenti la “memoria condivisa” diventa uno slogan vuoto, buono per bloccare un’iniziativa ma non per costruire un percorso comune. La storia merita rispetto, e il rispetto comincia dai nomi. Scritti bene, e conosciuti meglio. Ad Arcore si discute molto e si studia poco. E forse è proprio questo il nodo: la memoria non è un rifugio retorico, ma una responsabilità. Condivisa davvero, oppure no.

L'autore

Marco Pirola fu Arturo. Classe 1962, quando l’Inter vinse il suo ottavo scudetto. Giornalista professionista cresciuto a Il Giornale di Montanelli poi approdato su vari lidi di carta e non. Direttore del settimanale L’Esagono prima e di giornali “pirata” poi. Oggi naviga virtualmente nella “tranquillità” (si fa per dire…) dei mari del sud come direttore responsabile de Il Cittadino.