Chiude il bar del Comune di Lissone. E no, non è una metafora: proprio il bar. Lo avevamo anticipato tempo fa. Serranda giù, luci spente, tazzine in pensione anticipata. Rimane solo l’amaro. In tutti i sensi. Quello nel bicchiere, per chi lo beve. E quello in bocca per un “mondo” (la politica) che scopre improvvisamente che anche i piccoli luoghi, quando spariscono, fanno un gran rumore.
Il bando per il rinnovo è andato deserto. Deserto vero, tipo western. Vento che soffia, cartelli che cigolano e nessuno all’orizzonte. Non perché mancassero i baristi, ma perché le clausole erano così capestro da far scappare anche i più temerari. Più che un bando, un percorso a ostacoli con reticolato finale. Chiunque l’abbia letto ha pensato: “Aprire sì, ma a queste condizioni meglio una spedizione sull’Himalaya”.
E così il bar del Comune, che non era solo un bar, ma una piccola istituzione civile, saluta tutti. Lì si commentavano le delibere prima ancora che fossero pubblicate. Si risolvevano crisi internazionali davanti a un caffè corto, si firmavano tregue politiche a colpi di briscola. Un luogo democratico per definizione: stessi tavolini per tutti, stessi prezzi, stesse lamentele.
Ora resta il vuoto. Resta la macchinetta automatica, che però non ascolta, non annuisce e soprattutto non fa credito. Resta il silenzio delle nove del mattino, quando il paese dovrebbe svegliarsi e invece sbadiglia. Resta l’amaro, appunto. La speranza è che qualcuno rilegga quelle clausole con spirito meno notarile e più umano. Perché un Comune senza bar è come una piazza senza panchine: formalmente esiste, ma manca l’anima. E senza anima, anche il caffè sa di poco…