Monza e Brianza stanno invecchiando. Non è un’impressione da bar sport, è quasi una disciplina olimpica. Salto generazionale triplo carpiato… all’indietro. Le culle fanno eco, le farmacie fanno la fila. E se una volta si diceva “ci vediamo in piazza”, oggi è più probabile un “ci vediamo al centro prelievi”. Le statistiche parlano chiaro. L’età media sale con la costanza di un abbonamento in palestra a gennaio, ma senza mai disdire. I giovani? Presenti, certo. Come le comete: passano, brillano, poi emigrano verso Milano, l’estero o direttamente verso il Wi-Fi più veloce. Restano i genitori, i nonni, e una quantità di saggezza che potrebbe alimentare tre talk show pomeridiani. Nei quartieri spuntano più ascensori che campetti da basket. Le panchine sono sempre occupate e non da adolescenti con lo skateboard, ma da consiglieri informali con 30 anni di analisi politica sulle spalle. Altro che social network. Qui il vero algoritmo è “chi passa, si ferma e commenta”.
Eppure, diciamolo: Monza e Brianza non invecchiano, maturano. Sono come quel mobile buono che non si butta mai. O come il vino serio, quello che non ha bisogno di filtri Instagram. Certo, ogni tanto servirebbe un’iniezione di ventenni, ma nel frattempo si coltiva l’arte della pazienza, del racconto lungo, del “ai miei tempi” detto con orgoglio.
Il problema non è l’età che avanza. È che avanza con il deambulatore e pretende anche il parcheggio sotto casa. Ma in fondo c’è qualcosa di poetico in tutto questo. Una provincia che non corre, ma cammina con calma. Molto calma. Talmente calma che se il futuro suona il campanello, gli si chiede di ripassare domani. Dopo la pennichella…