Ci sono momenti in cui il Consiglio comunale di Monza regala alla città perle di teatro civico che nemmeno il miglior autore di commedie saprebbe scrivere. Una delle ultime si è consumata quando in aula è risuonata una parola antica, popolare, quasi folkloristica: “culo”. Apriti cielo. Ad insorgere, con zelo quasi liturgico, è stata la presidente Cherubina Bertola. Il nome, del resto, aiuta. Quando ti chiami Cherubina l’indignazione morale ti viene quasi per dovere anagrafico. Ali spiegate, sdegno pronto, tono severo. In aula, per un attimo, è sembrato di assistere alla difesa della lingua italiana direttamente dal pulpito della Crusca. Solo che la politica locale, si sa, ha una memoria più lunga dei discorsi indignati del momento. E così, mentre la parola incriminata veniva trattata come un attentato alla civiltà occidentale, tra i banchi qualcuno avrà forse ricordato che il vocabolario politico cittadino non è sempre stato quello di un collegio di educande.
Perché la stessa maggioranza che oggi si scandalizza per un innocente “culo” non molto tempo fa ha regalato all’aula momenti linguistici decisamente più creativi. Basti pensare a quando il collega di partito dell’angelica Cherubina, con spirito meno celestiale e più terreno, ha pensato bene di dare dello “stronzo” a un altro consigliere. Ecco allora il piccolo miracolo della politica: parole che ieri passavano come folate di vento oggi diventano improvvisamente questioni di decoro istituzionale. Così il Consiglio comunale continua a offrire ai cittadini il suo spettacolo preferito. Quello in cui si finge di scandalizzarsi per il lessico mentre la sostanza, come spesso accade, resta comodamente seduta in fondo alla sala. Con buona pace dei cherubini. E del vocabolario.