C’è un modo infallibile per trasformare una discussione delicata in una discussione sospetta. Chiudere la porta. Magari nel pieno rispetto del regolamento, magari con tutte le formule giuste, magari invocando la tutela di chi non ricopre incarichi istituzionali. Però l’effetto resta quello: fuori il pubblico, spento lo streaming, dentro gli addetti ai lavori. E quando si parla della costituzione del Comune come parte civile nel processo Aeb-A2A, cioè di una vicenda che riguarda soldi pubblici, scelte politiche e un pezzo importante della storia recente di Seregno, la forma diventa immediatamente sostanza.
Non perché in quella stanza sia accaduto chissà cosa. Anzi, da quanto è filtrato, pare sia accaduto pochissimo. Ed è proprio qui il paradosso: una seduta segreta per una discussione che, a quanto pare, non conteneva segreti esplosivi. Il risultato è un capolavoro di autogol istituzionale. Si voleva tutelare, e si è finito per alimentare il sospetto. Si voleva raffreddare la materia, e si è acceso il faro.
La mozione delle minoranze chiedeva una cosa semplice: capire che cosa abbia fatto il Comune, da parte civile, a due anni dalla costituzione in giudizio. Non una requisitoria in aula consiliare, non un processo parallelo, non la gogna per gli imputati. Solo un rendiconto politico-amministrativo su un’azione intrapresa in nome dell’ente e, quindi, dei cittadini.
Invece si è preferita la prudenza massima. Che in politica, quando diventa riflesso automatico, spesso somiglia alla paura. E la paura, nelle istituzioni, produce sempre la stessa domanda: paura di che cosa? Il punto non è negare le regole. Il punto è usarle con intelligenza. Perché un conto è proteggere diritti e posizioni personali, altro è sottrarre al confronto pubblico un tema che pubblico lo è per natura. Seregno ha già pagato abbastanza, in questi anni, il prezzo delle opacità vere o presunte. Proprio per questo avrebbe bisogno di parole chiare, dette a microfono acceso. La trasparenza non risolve i processi. Ma aiuta almeno a non processare la fiducia dei cittadini. E poi c’è il dettaglio comico, nel senso più amaro del termine: il processo è pubblico, il Consiglio comunale no. In un’aula di Tribunale può entrare chiunque, in aula consiliare invece meglio abbassare la voce e chiudere il sipario. E’ capitato spesso e non dipende dalla matrice politica della maggioranza. E’ un vizio comune alla politica. Un capolavoro di comunicazione istituzionale. Rendere misteriosa perfino una discussione che doveva chiarire. Così il cittadino resta fuori, ma viene invitato a continuare a fidarsi con entusiasmo. Peccato che la fiducia, come la luce, funzioni meglio quando le finestre sono aperte. A forza di giocare in difesa, si finisce per sembrare colpevoli anche quando si vuole solo essere prudenti. sembrerà strano, ma è così. E il sospetto, una volta fatto accomodare, è molto più difficile da mandare via del pubblico.