A Monza, dove il referendum ha visto il No trionfare come una banda di ottoni in processione, il vero regista non era sul palco. Non andava ai podcast stile Fedez e non “scrollava” sui Social. È stato Valerio Imperatori, segretario cittadino del Pd. Il Pio Esposito della sinistra monzese. Anche se con ha gli anni del nonno della punta dell’Inter e un cuore che batte per la Juve. Per troppo tempo sottovalutato. Forse per quell’alone di pigrizia che si porta dietro come quelle impronte sui vetri che non vedi finché non li lavi, ha dimostrato che anche l’ombra più tranquilla può diventare luce abbagliante.
Mentre altri pubblicavano post e selfie, Valerio Imperatori ha fatto come i testimoni di Geova: ha suonato i campanelli dei quartieri dove la gente di sinistra non andava a votare. E, come per magia, sono tornati a farlo. Senza clamore, senza proclami, con il suo cane al guinzaglio e la vecchia suola comunista che batte i marciapiedi più che i social, ha orchestrato il ritorno del No come fosse un’opera di precisione chirurgica. La destra monzese è avvisata. Questo No suona come le campane a morto. I tempi delle cene eleganti, dei mille invitati e dei brindisi plastificati sono finiti. La campanella dell’ultimo giro è suonata domenica e lunedì. I giovani d’età anagrafica, ma in poltica da 30 anni nel centrodestra sono avvisati. Debbono smettere di litigare e farsi dispetti da cortile come vecchie zitelle acide ed isteriche.
Il No non è stato solo un risultato, è stata una lezione di organizzazione, concretezza e passione che passa dal suolo e dalle mani, non dagli algoritmi. Chi pensava che la politica moderna fosse solo post e like deve ricredersi. A Monza ha vinto chi conosce i marciapiedi, i campanelli e il cuore della città.