A Lissone, sabato pomeriggio, alle quattro, alla scuola Aldo Moro di piazza Caduti di via Fani, si è consumata una delle scene più surreali della recente liturgia civile. Quattro elettori si sono presentati, in ordine sparso, per votare. Peccato che il voto non fosse ancora iniziato. Perché sì, il dettaglio — tutt’altro che secondario — è che in Italia si vota dalla domenica mattina. Il sabato, al massimo, si allestiscono i seggi, si sistemano le urne, si affilano metaforicamente le matite copiative. Non si vota. Non ancora. È il giorno dell’attesa, non della decisione. Eppure loro no. Loro sono arrivati lo stesso. Sparpagliati, come se seguissero un calendario parallelo, una democrazia anticipata, quasi sperimentale. Un’anteprima elettorale per pochi, anzi per quattro. C’è qualcosa di teneramente eroico in questo errore. In un Paese spesso accusato di disaffezione, ecco quattro cittadini così motivati da presentarsi… in anticipo. Non in ritardo, non all’ultimo minuto. Prima. Troppo prima.
Referendum: la speranza che qualcuno arrivi… al momento giusto

È la versione civica di chi arriva in aeroporto il giorno prima del volo, per non rischiare. Solo che qui il gate è chiuso, il personale sta ancora montando il banco, e la democrazia deve ancora aprire i battenti. La scena è quasi teatrale: gli scrutatori che preparano, e questi quattro che chiedono di votare. Come clienti davanti a un negozio con la serranda a metà. “Apriamo domani”. Ma loro erano già lì. Più che un caso di astensionismo, qui siamo davanti a un curioso episodio di anticipazionismo elettorale. Una nuova categoria dello spirito civico: votare prima che sia possibile, perché poi, chissà. E alla fine, resta una domanda sospesa: meglio chi non si presenta affatto, o chi arriva quando ancora non si può? Forse, tra i due estremi, la democrazia preferirebbe semplicemente qualcuno che arrivi… al momento giusto.