Il mio bambino è iperattivo, lo dicono le insegnanti. Ma è davvero così?
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Il mio bambino è iperattivo, lo dicono le insegnanti. Ma è davvero così?

Una problematica oggi ricorrente. Qual è la realtà? Risponde la dottoressa Giulia Casiraghi, terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva.

Buongiorno, mio figlio frequenta la scuola materna, le insegnanti riferiscono che è iperattivo, mi sono documentata e ho letto qualcosa riguardo all’ADHD e all’iperattività, sono disturbi diversi? Cosa devo fare?
Marisa

Buongiorno, inizio a fare chiarezza sulla terminologia. In neuropsichiatria si utilizzano spesso acronimi per indicare i disturbi. Quindi ADHD corrisponde all’inglese “attention deficit hyperactivity disorder” mentre “disturbo da deficit di attenzione e iperattività”, il cui acronimo è DDAI è la definizione del disturbo in italiano.

Comunemente questi soggetti sono definiti come “iperattivi” ma rientrano nella medesima categoria diagnostica. Per porre diagnosi è necessaria una valutazione da parte di un medico neuropsichiatria infantile o di uno psicologo esperto in disturbi del neurosviluppo. Non è da confondere una diagnosi di ADHD rispetto alla vivacità generica come caratteristica dell’indole del bambino.

Per una diagnosi devono essere soddisfatti dei criteri precisi dei manuali diagnostici.

In breve cerco di spiegarle le caratteristiche dei soggetti con ADHD.

Questi bambini presentano in modo variabile una combinazione delle segunti caratteristiche: impulsività, disattenzione e iperattività. In modo variabile intendo che possono essere presenti tutte insieme oppure prevale una caratteristica rispetto alle altre. La persona con ADHD fatica nel mantenere l’attenzione su un compito da svolgere, ha poche capacità di organizzazione delle attività quotidiane e dello spazio ad esse dedicato. L’impulsivitá li porta ad essere impazienti diventando agitati sia motoriamente che verbalmente. Infatti possiamo assistere a bambini estremamente loquaci che faticano ad ascoltare oppure a bambini che non riescono a rimanere fermi. Spesso sono coinvolte anche le funzioni neuropsicologiche come la memoria e l’inibizione (la capacità di fermarsi e anche di bloccare un certo comportamento).

Un altro aspetto che in alcuni casi può essere correlato è la difficoltà di autoregolare anche le proprie emozioni. Nei soggetti diagnosticati, il disturbo si trasforma durante la crescita: alcuni sintomi possono rientrare, come possono comparirne di nuovi, per esempio legati alla sfera dei disturbi d’ansia.

L’ADHD è bene trattarla in quanto può essere causa si difficoltà scolastiche e relazionali, dettate appunto, dal comportamento disregolato del bambino in tutti i contesti quotidiani.

Date comunque le difficoltà rilevate dal personale scolastico, sarebbe opportuno risolvere il dubbio e capire se effettivamente si tratti di una ADHD, al fine di permettere al suo bambino di sperimentarsi al meglio delle sue capacità e imparando a gestire le sue caratteristiche.

Giulia Casiraghi *

* Laureata all’Università di Milano Bicocca, è TNPEE - Terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva. Iscritta all’albo professionale dei terapisti della neuropsicomotricità dell’età evolutiva n°448. Si occupa di età evolutiva, in particolare segue bambini e ragazzi tra zero e 18 anni con disturbi del neurosviluppo. Lavora come libera professionista a Milano e nella provincia di Monza e Brianza.


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