Vent’anni dall’11 settembre, l’importanza di spiegarlo a chi non c’era
Eraldo Affinati con il libro “L’11 settembre di Eddy il ribelle”

Vent’anni dall’11 settembre, l’importanza di spiegarlo a chi non c’era

Un libro di Eraldo Affinati racconta ai ragazzi l’attentato e il concetto di libertà

Vent’anni dall’11 settembre 2001, vent’anni dall’attacco terroristico in cui morirono tremila persone e che schiantò aerei di linea contro i simboli della potenza americana: le Torri Gemelle del World Trade Center a New York e il Pentagono. Un quarto aereo avrebbe dovuto abbattersi sulla Casa Bianca o sul Congresso, ma si schiantò in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri.

Vent’anni fa questo incredibile attentato ha cambiato il mondo, la storia, il concetto di libertà, la vita di tutti. Da allora ci sono interrogativi nuovi, abbiamo avuto paure nuove e guardato gli altri con occhi diversi. Ma per i più giovani, per chi non ha vissuto (per fortuna la maggior parte degli italiani in video) quella tragedia c’è da chiedersi quale significato abbia e come va spiegata.

In occasione dell’anniversario Eraldo Affinati, che con la moglie Anna Luce Lenzi, ha fondato la scuola, gratuita, di italiano per stranieri di Roma “Penny Wirton” ha scritto un libro per l’editore Gallucci proprio per affrontare con i ragazzi della secondaria di primo grado l’11 settembre 2001.

Nel suo libro “L’11 settembre di Eddy il ribelle” scrive: “noi siamo il frutto di quello che ci precede” e “chi non ha mai pensato di essere libero di fare ciò che vuole? E invece non è così”.

Eraldo, quanto è importante spiegare ai ragazzi, ma anche agli adulti, questo concetto di libertà e rispetto che sta a monte di tutt o, anche dell’11 settembre 2001?

«Credo sia molto importante, soprattutto oggi, spiegare ai giovani che essere liberi non significa fare ciò che si vuole. Imporre la propria volontà agli altri conduce sempre alla distruzione e alla morte. In questo senso il mio romanzo sull’11 settembre, composto dieci anni dopo l’attentato alle Twin Towers e appena ristampato in occasione del ventennale, destinato ai più piccoli ma anche agli adulti, lo scrissi anche in una prospettiva pedagogica. A quel tempo insegnavo alla Città di Ragazzi, una comunità di accoglienza romana, fra i miei studenti c’erano diversi adolescenti afghani, i quali mi regalarono molte informazioni di prima mano».

Lei usa la fantasia per spiegare qualcosa di “fantastico” nel senso di faticoso da credere come reale. I giovani corrono il rischio di assuefazione alle immagini di “disastri” e quindi di non reale comprensione della sofferenza di sé e degli altri?

«Ogni passaggio educativo dovrebbre condurre il giovane all’esperienza della realtà, ma questo comporta un percorso di prova che può prevedere “simulazioni”, anche fantastiche, in modo che non si giunga impreparati di fronte all’ostacolo.

Nel mio libro immagino che Eddy, studente ribelle di Fulgor, un pianeta lontano, un giorno fugga da scuola insieme ad un amico e, a bordo dell’astronave rubata, capiti sui cieli di New York proprio il giorno dell’attentato. Potremmo definirlo un romanzo di fantascienza, ma chi lo legge ha modo di apprendere molta realtà perché Eddy scende sulla Terra e si trova a contatto con gli uomini: si troverà così ad affrontare diverse avventure che lo cambieranno nel profondo».

I bambini e i ragazzi spesso chiedono perché l’uomo vuol farsi male, lo fanno davanti a guerre, povertà, disperazione (ad esempio oggi l’Afghanistan). Come aiutarli a capire e come capire noi adulti?

«Non dobbiamo nascondere ai più piccoli la natura pericolosa della specie umana, ma alle tragedie bisogna accostare anche i modelli positivi di riscatto e speranza, pure presenti nel passato e ancora oggi. In questo senso Eddy rappresenta una concreta possibilità nei confronti del male umano, specie nel finale, quando si accoda ai profughi afghani diretti verso l’Italia e scopre in loro qualcosa che lo riguarda direttamente».

Come non spegnere la speranza nei giovani e non caricarli di pessimismo e rassegnazione pur non nascondendo loro il dolore?

«Nel libro, Matuzalem, il giovane amico che ha seguito il protagonista nella sua fuga ribelle da scuola, si precipita a terra nel tentativo di salvare le persone che ha visto in pericolo. Eddy lo segue cercando di riportarlo indietro.

Il valore della solidarietà è la soluzione operativa che ho voluto dare alla natura malvagia dell’uomo. Come insegnante ad adolescenti, mi sono spesso reso conto che la fede nell’amicizia è ancora fra loro molto salda, nonostante le amarezze e i fallimenti.

Visitai le rovine di Ground Zero a New York un mese dopo l’attentato, nell’ottobre 2001.

Vidi una donna nera anziana che, di fronte allo scempio ancora impressionante, piangeva a dirotto. Forse aveva perso qualche suo caro.

Ebbi l’impressione che incarnasse tutta l’umanità dolente.

Quell’immagine mi è rimasta nella memoria e potrei averla trasfigurata nella figura della Signora (che ne libro ha un ruolo importante, nda)».

Carla Colmegna


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