La morte triste negli ospedali: «Il tragico crinale della medicina»
La morte nella stanza della malata – Edvard Munch, 1893

La morte triste negli ospedali: «Il tragico crinale della medicina»

Il filosofo Massimo Maraviglia analizza «Il tragico crinale della medicina»

Come vengono trattati oggi negli ospedali i malati terminali?

Io mi sono fatto un’idea personale, a partire da alcune dolorosissime esperienze. Il malato è a letto, soffre, perde coscienza, i sintomi si acuiscono, gli esami non danno speranza.

Dopo aver chiamato i parenti o gli amici e aver comunicato la prognosi infausta, i medici dell’ospedale lasciano un po’ di tempo per incassare il colpo.

L’ultima visita. Poi può capitare che, anche in periodo di Covid, i nosocomi più organizzati consentano una visita. Il paziente è terminale, ma non deve per forza essere l’ultima. Terminale può voler dire molte cose: un giorno, una settimana, un mese… Ma quasi sicuramente non ce ne sarà un’altra. Infatti, dopo pochissimo, per lo più di notte, si riceverà una chiamata che annuncerà l’inevitabile.

Avete voglia voi a pensare che era “presto”, che il fratello, il marito, il padre, l’amico non fosse messo così male…

Lo vedevate respirare ancora… Vi aveva ancora sussurrato due parole. Ma che volete farci? Doveva capitare: è capitato. Di notte. Così per la mattina è già libero un letto. Come è potuto accadere? Beh, se la signora con la falce è in ritardo, le si può sempre dare un aiutino. Un pizzico di morfina in più, un pizzico di analgesico che deprime la respirazione ed ecco fatto. E poi chi va a protestare?

Chi, sopraffatto dal dolore, si prende la briga di indagare sull’inevitabile che è giunto prima del tempo?

Il dubbio. E poi non tutto il male viene per nuocere: a che cosa sarebbe servito prolungare sofferenza e agonia? D’altro canto, se il nostro caro non è ricoverato in ospedale, ci penserà il palliativista a sedare fino alla morte, ma togliendo ogni forma di sostegno anche l’acqua.

Così nel lutto che assale, si presenterà in fondo al cuore un dubbio.

Non lo vorremmo mai confessare ma ci domanderemo se il padre, la madre, l’amico, il marito sia morto della sua malattia… o di sete.

Onnipotenza della medicina, si direbbe. Nella sua massima impotenza il medico, cresciuto alla scuola dell’onnipotenza, non potendo guarire, rinuncia a curare e preferisce uccidere.

Guarire, curare, uccidere: il tragico crinale della medicina. Ma oggi l’antica arte di Ippocrate ha abbandonato i suoi maestri e ha saltato il fosso: sempre più seleziona, discrimina, esclude in nome dell’efficienza economica e dell’utile.

Drastiche decisioni. Si cura solo chi a giudizio del medico/esperto/stregone potrà vivere una vita “degna” secondo i criteri del medico/esperto/stregone.

Per gli altri - magari poveri, magari soli, magari indifesi - è pronta l’eutanasia, oggi surrettizia e notturna, domani esplicita e solare.

Domani: quando la porcilaia etica in cui sempre più sguazza la nostra sanità non avrà più vergogna di sé e uscirà allo scoperto… se qualcuno non avrà la forza di opporsi, se il dolore non impedirà di ripetere gridando, con tutta la forza di una verità crocifissa: “Non uccidere!”.

Massimo Maraviglia*

*Nato a Milano nel 1968, è laureato in Filosofia e si è specializzato con un master in Consulenza filosofica nel 2006. Ha insegnato Religione cattolica e attualmente è docente di Storia e Filosofia nei licei. È autore di diverse pubblicazioni su questioni di filosofia politica, etica, bioetica, pratiche filosofiche, pedagogia filosofica. Gestisce un sito di consulenza filosofica e didattica della filosofia e un blog di approfondimenti culturali dove pubblica recensioni, saggi, articoli, traduzioni, compendi di classici della filosofia e della tradizione occidentale.


© RIPRODUZIONE RISERVATA