Il mondo moderno poggia sul denaro: il “regno della quantità”
Denaro in contante, l’oggi per Mora è fondato su di esso

Il mondo moderno poggia sul denaro: il “regno della quantità”

Il filosofo Martino Mora analizza come il mondo moderno abbia come base il denaro.

Asserire che il mondo moderno si è costruito sul denaro potrebbe apparire esagerato, ma si avvicina molto alla verità. Forse nemmeno la tecnoscienza , infatti, ha avuto tanta rilevanza nel cambiare la mentalità degli uomini degli ultimi secoli. Il denaro ha tre caratteristiche fondamentali. La prima è che è la forma più pura di strumento, come sostenne il grande sociologo Simmel nella sua fondamentale opera “Filosofia del denaro” (1900), ancora insuperata. È lo strumento per eccellenza che l’uomo utilizza, in ogni società in cui il mercato possegga una minima rilevanza, per ottenere i beni che desidera. È quindi un puro strumento, ancora più dei ritrovati della tecnologia. Con la nascita dello scambio mercantile, la moneta diventa il mezzo per eccellenza. La seconda caratteristica del denaro, della moneta, è che si tratta anche dell’equivalente generale, o universale, che permette, in un’economia sviluppata, di quantificare ogni bene materiale (e persino alcuni immateriali) con un numero. Il denaro è quindi ciò che misura ogni cosa. Pur essendo un mezzo diventa quindi anche molto di più: la misura di tutte le cose. La terza caratteristica del denaro è che è l’unico oggetto materiale o immateriale (oggi si smaterializza in una carta di credito o in un clic informatico) la cui unica qualità è quella di essere quantità pura. È infatti quantità priva di qualità. Certo, la carta moneta è cartacea e può avere dei colori, come la moneta in metallo aveva un peso ed era fatta di uno specifico materiale. Ma in realtà l’attuale smaterializzazione del denaro dimostra che nessun qualità lo caratterizza veramente, tranne il suo essere pura quantità, quantità peraltro continuamente incrementabile. Compresi questi aspetti essenziali , non è difficile intuire come il denaro sia all’origine di gran parte dei cambiamenti del mondo moderno, di quel mondo che è stato definito con efficacia anche “regno della quantità”, cioè della materia. In primo luogo, la proliferazione della moneta, prima col capitalismo mercantile, poi finanziario e industriale, ha avviato la secolarizzazione, la scristianizzazione. “Nessuno può servire due padroni… o Dio o Mammona”, cioè la ricchezza, afferma Cristo nel Vangelo. Georg Simmel, che non era credente, conferma sociologicamente tutto questo: il denaro “diviene troppo facilmente un fine ultimo”. È il denaro infatti che attenua il bisogno di cercare soddisfazione nell’”istanza religiosa”. “Il denaro può diventare psicologicamente un valore assoluto”. E questo si è realizzato nella modernità: “Lo sfociare di ogni desiderio nel denaro, questa effettiva desiderabilità, aumenta proprio nella misura in cui la cerchia degli oggetti che si possono procurare per il denaro si amplia sempre di più. Diventa il fine assoluto per la maggior parte degli uomini”. Scacciando, o sostituendo – unito al desiderio di altri beni materiali - l’amore per Dio. Strettamente legato all’emergere dell’economia mercantile e quindi monetaria, è anche il fenomeno storico dell’indebolimento del legame sociale e dell’emergere dell’atomismo e dell’individualismo. Poiché è caratteristica dello scambio economico instaurare tra gli uomini un rapporto di indifferenza reciproca, di freddo utilitarismo, l’economia monetaria ha senz’altro contribuito, parallelamente al formarsi e all’avanzare della grande macchina dello Stato moderno, all’indebolimento dei legami sociali, creando una società atomizzata, in cui i legami costitutivi si sono allentati, fin quasi a sparire. Un società di individui liberi e sempre più uguali, quasi intercambiabili come semplici quantità. La società di massa. Infine l’emergere dell’economia monetaria ha contribuito all’affermazione di quella “intellettualizzazione” (Simmel) o “razionalizzazione” (Weber) che contraddistingue tutta la civiltà moderna, comprese la Rivoluzione scientifica e quella industriale. Si tratta di una razionalità strumentale, calcolante, che caratterizza la scienza come la burocrazia, la tecnica come l’organizzazione aziendale. Questa razionalizzazione, tipica dello spirito borghese e mercantile, si è così allargata a tutti gli ambiti del sapere e infine della vita quotidiana. Tutto ciò che non si calcola, non si misura, non si utilizza, diventa irrilevante. È il vero “regno della quantità”, di cui la tecno-scienza moderna è un prodotto decisivo, ma non l’origine. Il regno della quantità è il regno del denaro.

Martino Mora *

* Nato a Milano il 12 marzo 1971, insegna Storia e Filosofia in un liceo della sua città.

Laureatosi con una tesi sul giusnaturalismo dell’abate Spedalieri ha pubblicato: “Il nazionalismo” (Nuovi Autori, 2003); “Rivoluzione e totalitarismi. Avventure e destini della modernità politica” (Worldpress 2011); “Abbattere gli idoli contemporanei. Non moriremo liberal” (Edizioni Radio Spada, 2018). Nei suoi studi si è occupato di metapolitica e crisi della Chiesa.


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