Genitori e figli in difficoltà: «Non abbandoniamoli, da soli non ce la fanno»
Genitori e figli, il momento anche per loro è molto delicato e tanti sono in difficoltà (Foto by Foto Carla Colmegna)

Genitori e figli in difficoltà: «Non abbandoniamoli, da soli non ce la fanno»

Paola Milani, pedagogista e Domenica Barrilà, psicoterapeuta, analizzano l’Sos lanciato dal garante della privacy

Grooming, cyberbullismo, furto d’identità digitale, sextorsion: termini che possono spaventare genitori ed educatori alle prese con la presenza ingombrante di internet nelle famiglie.

Nella relazione annuale del garante per la privacy Pasquale Stanzione, presentata il 2 luglio a Montecitorio, i termini indicati sopra ci sono e in percentuali importanti che devono far riflettere sull’atmosfera che si vive in alcune famiglie anche, ma non solo, condizionata dalla pandemia. Nel 2020 - cita il rapporto - si è registrato un incremento di circa il 132%, rispetto al 2019, dei casi trattati dal Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia e del 77% dei casi di vittimizzazione dei minori per grooming, cyberbullismo, furto d’identità digitale, sextorsion. «Il 68% degli adolescenti - ha chiarito Stanzone - nel 2020 è stato testimone di casi di cyberbullismo. Sono dati allarmanti, che non possono non esigere un’assunzione di responsabilità collettiva». Viene allora da chiedersi dove sia la fonte della questione troppo spesso liquidata con l’indice puntato verso i più giovani o gli adulti. Per Paola Milani professore ordinario di Pedagogia Sociale e Pedagogia delle Famiglie a Padova e responsabile di Pippi (Programma di Intervento Per la Prevenzione dell’Istituzionalizzazione) addossare colpe ha poco senso.

Professoressa, cosa succede? Di chi è la colpa di questo cielo nero sopra le famiglie?

«Dare colpe non serve. Le famiglie sono in difficoltà. Una persona non nasce genitore nè lo diventa quando ha un figlio, per diventarlo gli serve la comunità. I fenomeni evidenziati dal garante derivano dall’aumento di più del 100% dell’uso della tecnologia durante la pandemia, ma quei problemi indicano anche altro. È chiaro che c’è una difficoltà di relazioni educative tra genitori e figli, professori e studenti. Bambini e ragazzi non sono orientati sufficientemente all’uso delle tecnologie e il rispetto delle persone, manca anche l’educazione di base alle relazioni interpersonali. Le famiglie però sono tante e diverse, e i problemi si acuiscono in contesti svantaggiati. La mancanza di accudimento è in tutte le classi, ma molto di più nei contesti di livello economico e culturale basso.

In Italia tanti bambini vivono trascuratezze materiali, cognitive, affettive. Trascuratezza o negligenza sono forme riconosciute dall’Oms e sono frutto della difficoltà degli adulti a rispondere ai bisogni dei bambini, perché vivono in situazioni di vulnerabilità: non è che non vogliono farlo, non riescono».

Esiste una via d’uscita?

«L’idea che se ti nasce un figlio sei automaticamente in grado di educarlo, nella complessità del mondo di oggi, è obsoleta. Nessun genitore ce la fa da solo. Una raccomandazione europea dice che abbiamo bisogno di tanti luoghi dove i genitori possano incontrarsi e confrontarsi. Educare i figli nel lockdown non è stato facile e i genitori sono stati lasciati soli, non è possibile aver chiuso le scuole per un tempo così lungo. Nessun altro Paese europeo l’ha fatto».

Quindi la responsabilità delle difficoltà delle famiglie è di tutti?

«L’educazione non è compito delle famiglie, ma delle comunità, tutti abbiamo avuto bisogno di un nonno, di un’altra mamma amica, di una vicina. Inutile dare colpe, costruiamo piuttosto un discorso sociale benevolo con i genitori, creiamo luoghi e contesti in cui si possano confrontare e confortare».

L’Italia si sta muovendo?

«Il Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza approvato di recente, ndr) ha messo risorse su infanzia, scuola e famiglie vulnerabili. Non arriveremo alle serie politiche francesi, ma qualcosa si muove. Io sono la referente del programma “Pippi”, Pippi Calzelunghe vive sola, ma non viene mai allontanata; ecco, quel programma, frutto di una collaborazione tra Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e l’Università di Padova, vuole ridurre i bambini allontanati dalle famiglie ed è attivo anche nella zona di Monza. Lavoriamo insieme: le famiglie da sole non ce la fanno».

Domenico Barrilà, psicoterapeuta e analista adleriano, invita a spostare l’attenzione anche sugli adulti per chiedersi come possano porsi al meglio con i ragazzi.

Dottor Barrilà, i dati del rapporto del garante fotografano la realtà, anche degli adulti. Stanno sbagliando? Come possono dare ai ragazzi un tempo migliore?

«Nei giorni scorsi è arrivato in studio un diciassettenne, reduce da un ottimo anno di liceo, un bravo ragazzo, piuttosto responsabile. Aveva chiesto di andare in Francia con gli amici per le vacanze, ricevendo un no secco dal padre. Alla richiesta di una spiegazione si è sentito rispondere: “sono tuo padre e decido io”. Direi che potremmo fermarci qui. Però una cosa vale la pena aggiungerla. Quel padre è nato alla fine degli anni Sessanta, quando non esistevano i voli low cost, gli smartphone né tante altre cose, è stato educato da due genitori nati negli anni Trenta, quindi possiamo immaginare che abbia ricevuto stimoli pedagogici figli di un mondo assai più lento, culturalmente incomparabile con quello in cui si muove il diciassettenne. Sarebbe sufficiente ricordarsi che il tempo dell’Idrolitina è passato da un pezzo, evitando di metterla in tavola anche oggi».

I dati del garante chiamano in causa anche i rapporti d’affetto in famiglia. I lockdown li hanno cambiati?

«La prossimità forzata mette in mostra tutto, non solo il copione, ma anche il backstage, rivela aspetti che talvolta riusciamo a tenere sorvegliati. Questo vale per ognuno, non solo per gli adulti. I vecchi dicevano che per conoscersi bene bisogna mangiare insieme, ecco se moltiplichiamo le tavolate e aumentiamo il tempo della coesistenza, magari capita che ci possano sorprendere senza trucco e viceversa. Stare insieme significa vedere più cose, avere la possibilità di limare giudizi e valutazioni».

Grooming, cyberbullismo hanno molte facce, anche quelle dei generi sessuali. Come parlarne ai ragazzi?

«È necessario e urgente liberarci della certezza che le carte possiamo darle solo noi, perché una pedagogia che non incorpora anche i contributi dei bambini e dei ragazzi rimane tremendamente povera e finisce per non avere niente da dire. La sensibilità e la carica di originalità delle nuove generazioni sono potenti, farne a meno è autolesionistico. Il tema dei generi sessuali ricade in questo dominio e scava una voragine profonda perché non si tratta solo del diritto di ognuno a definirsi come meglio crede, ma della titolarità dell’esistenza, che non può essere decisa dagli adulti».


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