Monza e il suo museo che verrà

Piccolo viaggio nei tesori d’arte

Monza e il suo museo che verrà  Piccolo viaggio nei tesori d’arte

È la storia di un museo scomparso nel nulla trent’anni fa. Giorno più, giorno meno. Una data non c’è, ma quel museo si prepara a tornare, a Monza. Febbraio, marzo, giù di lì, fatte salve (brutte) sorprese. E allora un piccolo viaggio per riscoprire, un po’ per volta, i suoi tesori.

È la storia di un museo scomparso nel nulla trent’anni fa. Giorno più, giorno meno. Ed è la storia di un giacimento di opere d’arte che nessuno, o quasi, ha mai potuto più vedere per quello che è. È la storia di un’anomalia: quella di una città che non ha trovato il tempo in tre decenni di ridare un posto a un pezzo di sé - a uno dei pezzi migliori. Ed è la storia di centoventi persone che pur non sapendo, o quasi, di cosa si tratti, hanno chiesto di poterne fare parte, regalando una parte del proprio tempo- un pezzo di sé - a un pezzo di Monza.

Piuttosto retorico, no? Eppure è così: ci sono centoventi persone che hanno aderito all’appello del Comune, diventare volontari della cultura e del Museo della città, la Casa degli Umiliati, quella che tra una manciata di settimane darà di nuovo casa alle collezioni artistiche (e archeologiche) di Monza. Lo hanno fatto alla cieca, forse, lo hanno fatto per fare parte di qualcosa che la città della regina Teodolinda, della corona ferrea, della Villa reale, di una storia lunga secoli e conosciuta a tranci, sta per riscoprire: il suo museo, un patrimonio artistico evaporato dagli occhi all’inizio degli anni Ottanta, quando gli spazi della Villa reale sono stati chiusi.

Al di là della retorica il dato è questo: che un numero fuori misura, apparentemente, di cittadini, ha deciso che ne vale la pena. E insieme al conservatore delle collezioni, Dario Porta, e al personale del Comune assicureranno l’apertura del museo. Apertura, sì: date ufficiali non ce ne sono - e a chiederle probabilmente si ottengono più scongiuri che parole. Ma sono stati scavalcati gli ultimi ostacoli amministrativi che bloccavano il progetto ed è stato affidato a un professionista monzese l’incarico per costruire l’immagine - logo, grafica- del museo di via Teodolinda. Costruire l’immagine e poi ricostruirne l’immaginario, per opere che - escluse alcune mostre tematiche - sono nascoste da più di una generazione.

Intanto i numeri: si tratta di un patrimonio di 15mila beni artistici, con una parte consistente costituita dalle stampe e dalle incisioni, circa 13mila. Poi tele, scultura e altri oggetti d’arte, in tutto 2mila. Come - per sommi capi - i 900 dipinti o opere su griglia (sono gli affreschi strappati dalla sede originale), diverse opere su carta o album, 160 sculture, un centinaio di armi antiche o esotiche, medaglie, monete, oggetti, mobili.

Lì in mezzo ci sono i pezzi archeologici, c’è Mosè Bianchi, c’è suo nipote Pompeo Mariani e c’è ovviamente Anselmo Bucci, poi Eugenio Bajoni, Leonardo Spreafico, Raffaele De Grada, gli artisti del Coenobium, Costantino Nivola. Quello che la città aveva, quello che ha acquisito, quanto ha ricevuto da donazioni e tutto quello che ha messo in archivio con il premio d’arte contemporanea Città di Monza e poi con la Biennale giovani. Cosa si vedrà al museo. Ecco, poco. Almeno stabilmente. Poi le opere andranno in rotazione perché occorre vedere tutto e perché un museo, oggi, ha bisogno di rinnovarsi, per essere sempre nuovo, essere vivo e dare anche un ragione in più per andarlo a vedere, anche se ci si è già passati. Il progetto museale sarà misurato su circa 140 opere in esposizione.

La vita quotidiana di un museo oggi è roba complicata. Ha bisogno di seduzioni. Appunto: di una ragione in più. E allora non tanto quello che ci si aspetta (Mosé Bianchi, Pompeo Mariani, Anselmo Bucci): meglio partire da quello che non ci si aspetta. E gli altri a seguire. Lo aveva fatto anche il Comune , nel 2008, nella mostra “Mostrarsi e apparire - Centro ritratti dalle collezioni civiche monzesi” curata da Graziano Alfredo Vergani, scegliendo come immagine simbolo un’opera del pittore Giuseppe Amisani, “Signora in grigio”, realizzato nel 1922: è il ritratto dell’attrice Maria Melato, che richiama subito alla memoria un’epoca precisa e uno stile che con Giovanni Boldini ha avuto ampia fortuna dentro e fuori l’Italia.

Si parte da qui allora: un piccolo viaggio a cadenza settimanale tra le opere conosciute o meno (e che non è detto facciano parte dell’allestimento del museo) delle collezioni civiche della città di Monza. Giusto per ricordarci cosa stiamo aspettando. Qui la prima puntata.


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