Esce “L’ultimo confidente”, un viaggio a tinte noir nel mondo della droga

Esce “L’ultimo confidente”, un viaggio a tinte noir nel mondo della droga

“L’ultimo confidente”, un viaggio a tinte noir nel mondo della droga. L’ultimo libro scritto dal giornalista Luca Scarpetta con il maresciallo Giancarlo Rapone, ex infiltrato, viene presentato a Muggiò. E comincia così.

E se la vita fosse davvero un romanzo? Come quella del maresciallo Giancarlo Rapone, ex infiltrato nel mondo della droga, autore con Luca Scarpetta (scrittore e giornalista per il Cittadino) di “L’ultimo confidente” (Acar Edizioni, 236 pagine, 14.50 euro).
Il libro sarà presentato giovedì 22 ottobre a partire dalle 21 al l’auditorium Santa Elisabetta dell’oratorio San Luigi di Muggiò, con il patrocinio del Comune.

“È stato tradito. È stato venduto ai narcos. Da uno dei suoi confidenti”. Sono le premesse di un viaggio a tinte noir nel traffico di stupefacenti.
Ecco il primo capitolo.

***

[Roma, Tor Bella Monaca, 10/2/1996]

Ecco perché aveva bucato il contatto.
Il motivo era lì, a pagina 15 del quotidiano di tre giorni prima.
Dieci righe stipate in fondo ad una colonna di brevi.
Il Boeing 757-225 era precipitato nell’oceano poco dopo il decollo dall’Aeropuerto Internacional Gregorio Luperòn.
Centosessantasette turisti tedeschi e nove polacchi.
Più undici turchi e due dominicani dell’equipaggio.
Nessun superstite.
Ebbe un conato di vomito, che controllò a fatica.
Tossì a lungo con l’impressione che gli stessero strappando via i polmoni dal torace.
Il Birgenair 301 era un volo charter che la Birgenair operava per conto di Alas Nacionales sulla tratta Puerto Plata-Francoforte.
I passeggeri tornavano da una vacanza ai Caraibi.
Accartocciò il giornale e lo gettò nel lavandino, ingombrato da un paio di tazze da caffè e da una moka mezzo arrugginita.
Afferrò da una mensola la scatola dei fiammiferi che gli scivolò per terra, con i cerini che si sparsero ovunque sul pavimento.
Cercò di raccoglierli, ma in quel momento sembravano inafferrabili per la sua mano tremante.
Ne prese dal pavimento soltanto uno.
Fece per accenderlo, ma la capocchia di zolfo si spezzò di netto.
Buttò a terra lo stelo di legno e ne raccolse un altro.
Questa volta la capocchia prese fuoco.
La gettò sul giornale che si infiammò in pochi istanti.
Restò lì ad osservarlo, mentre bruciava.
Poi fece scendere l’acqua dal rubinetto senza filtro.
Del quotidiano non rimase che cenere bagnata sulla superficie opaca del lavandino.
I vetri sottili della finestra accanto vibrarono al passaggio di un tir.
Puerto Plata, Repubblica Dominicana.
Non aveva fatto in tempo a spiegargli per quale motivo non fosse partito direttamente da Lima.
Lo aveva intuito, però.
Era braccato.
Un nuovo attacco di tosse lo piegò in due, tanto da costringerlo sulle ginocchia.
Tosse rabbiosa, cattiva.
Si ritrovò la faccia a due dita da un paio di piastrelle sberciate.
Finalmente la tosse cessò e lui riprese fiato.
Si rialzò appoggiandosi ad una sedia.
Si passò il dorso della mano sulla bocca.
Sangue scuro.
Ingoiò un paio di pillole, trangugiandole con una sorsata d’acqua del rubinetto.
Poi lasciò il cucinotto e si diresse in bagno.
Si levò gli abiti sudici, si lavò a fondo e si asciugò in una salvietta lisa.
In un bugigattolo cieco che fungeva da camera da letto, l’anta dell’armadio cigolò a lungo mentre la apriva.
Fatta eccezione per un unico abito appeso ad un ometto sottile di ferro, era quasi vuoto.
Indossò una camicia azzurra, giacca e pantaloni neri, e una cravatta rossa.
Si strinse in un cappotto.
Fece una valigia.
Tirò fuori da un cassetto del comodino tre passaporti e un abbonamento ferroviario intestato ad un alto ufficiale dell’Arma.
Se lo infilò in una tasca del cappotto, mentre nell’altra mise i passaporti.
Uscì chiudendo a chiave la porta di ingresso, sperando di non trovare una decina di abusivi al suo ritorno.
Sul pianerottolo inciampò in un sacco della spazzatura semi aperto, che marciva davanti all’ingresso del vicino.
Gusci di uova, scatole di latta sporche di carne e di tonno, insalata in decomposizione si riversarono a terra mischiati ad una manciata di preservativi usati.
Si pulì la punta di una scarpa sulla ringhiera.
Sulle porte dell’ascensore era appeso un foglio di carta impolverato: guasto.
Scese la tromba di scale.
Ai bordi dei gradini mucchietti di intonaco e schegge di vetro e di bottiglie di vino.
Al secondo piano qualcuno aveva pisciato ancora addosso alla porta di Micetta, una moldava che esercitava il mestiere.
C’era stato una volta.
Niente di memorabile, solo una gran puzza di piscio di gatto.
Raggiunse l’esterno.
Una pioggia sferzante batteva i budelli di Torbella che fungevano da vie d’accesso interne a palazzi di quindici piani che soffocavano il cielo.
Attraversò la strada e si infilò in una cabina del telefono.
Chiamò un taxi e restò ad aspettarlo all’interno.
Si accostò ad una delle pareti di plexiglass della cabina della Telecom.
Attraverso le gocce che deformavano la città, gettò un’occhiata ad un tossico sdraiato sul marciapiede, con le spalle appoggiate alla cabina e la siringa ancora infilata nel braccio.
A est, sotto portici bui si muovevano i pusher in trasferta dal Casertano.
Più che altro latitanti.
Le puttane sarebbero uscite dai loro squallidi appartamenti soltanto alle prime luci della notte.
Ma chi lo spaventava più degli altri, erano le gang di minorenni che popolavano le strade del quartiere e che lo rendevano inaccessibile.
Una frenata lenta.
Un taxi bianco si fermò dall’altra parte della strada.
Lo raggiunse, prendendo posto sul sedile posteriore insieme alla valigia.
«Stazione Termini», disse al conducente. «Per favore».


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