Arte, Armando Fettolini torna a Monza con “Bludimaggio”
Monza, Armando Fettolini alla galleria d’arte Leo galleries (Foto by Fabrizio Radaelli)

Arte, Armando Fettolini torna a Monza con “Bludimaggio”

Armando Fettolini torna a Monza con “Bludimaggio”, la sua nuova pagina fatta di aria e acqua. Alla galleria Leo Galleries la personale dell’artista cresciuto a Brugherio. Fino al 12 di luglio.

Erano fatti di terra e di fuoco, vent’anni fa, i quadri di Armando Fettolini. Sulla loro superficie rugosa si trovavano ferite e increspature, bolle e bruciature, una tavolozza che navigava sui toni del nero e del marrone. Era passione tormentata: cicatrici, soprattutto, che raccontavano un mondo in conflitto, dove il dolore e l’autunno - una stagione prima di tutto degli uomini - vinceva. Sono passati vent’anni su quelle tele e Fettolini ha deciso di scrivere una pagina diversa: fatta di aria e di acqua. Che non rinuncia al concettuale che allora sembrava bruciare sulla superficie: oggi lo sposta una stagione più in là, dove naviga cercando una rotta nuova descritta dalle campiture ortogonali della tela e nella tensione del tono che trascolora nel bianco.

L’artista cresciuto a Brugherio si riprende in tutto e per tutto la sua Brianza, dopo tanti anni: Armando Fettolini ha inaugurato settimana scorsa alla Leo galleries di via De Gradi la mostra “Bludimaggio”, presentata da Simona Bartolena e aperta fino al 12 luglio, con una nuova serie di opere che tracciano una cesura tra ieri e oggi. Perché fatte salve le “Derive”, quei paesaggi nei quali Fettolini si perde coscientemente prendendo pausa tra un racconto e l’altro, quello dell’artista è un nuovo inizio: in mezzo ci sono le nuance del figurativo che avevano iniziato a manifestarsi con “Il mondo degli strani” e poi avevano trovato sostanza per esempio tra i “Figli di un Dio distratto”, i “Cacciatori e cacciati”, “Umanità”.

Ora torna, un passo più in là, su un percorso che sembrava abbandonato dalla svolta del millennio: gli stessi tumori palpabili di allora, ma blu, e solo la premessa di una “calma piatta” forse più apparente che reale che riempie lo spazio. C’è la lezione di Burri, come allora, fatta prima di tutto di materia che restituisce a un tatto visto con gli occhi i riflessi della pittura che diventa scultura; ci sono gli echi di Ennio Morlotti che ha spiegato a generazioni di artisti come trasformare uno sguardo in visione. Ogni tanto in qualche angolo le terre fanno ancora capolino: sono il principio che Fettolini racconta a se stesso prima che agli altri, per ricordarsi - e ricordare - che non si tratta di una pagina bianca voltata dopo un punto fermo, piuttosto di un capitolo nuovo della storia che allora cantava su una musica differente. Ma è la stessa storia, vent’anni dopo: il racconto dell’uomo che prova a guardarsi attorno e spiega che il suo racconto può essere quello di tanti.

Di chi due decenni dopo, scavalcate le dune e trovate le onde, ha modificato la prospettiva: le tensioni che allora bruciavano oggi sono un orizzonte da studiare, perché il blu, ricorda Fettolini, è il cielo come il mare, e quindi se al tempo serviva una bussola oggi occorre un sestante. Tela o carte: le opere che la Leo Galleries accoglie fino a metà del mese sono il risultato di una navigazione che tende a trovare verso l’altro una serenità inedita, che molto dice dell’artista e dei tempi che corrono, dove fare i conti con l’infinito è prova per i cuori più forti e per chi ha deciso - almeno per ora - che seppellire le armi con il presente è l’opzione migliore per continuare a vivere. Quello di Monza è due volte un punto fermo: la storia artistica di Armando Fettolini parte da qui, da quando allo scavallo tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso, a soli diciotto anni, vince il premio per giovani artisti del Lyons Club Monza Host, con una mostra collettiva all’arengario. Lo stesso spazio dove espone di lì a poco per una collettiva in cui si vedono anche Kodra e Guttuso. Da allora sono stati Italia, New York, Spagna, Francia, Corea del Sud, Germania, Lussemburgo, Slovacchia, Svizzera. E finalmente di nuovo Monza, in queste settimane, per un racconto inedito allo stesso tempo coerente e spezzato rispetto alla sua storia artistica. C’è tutto Fettolini, nella mostra, perché è un altro Fettolini: che usa un alfabeto che gli appartiene per descrivere un (suo) mondo nuovo.


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