Andy dei Bluvertigo ricorda David Bowie: «L’idolo che più ha alimentato i miei sogni»
Monza, Andy Fluon-Andrea Fumagalli (foto Giuse Rossetti 2015) (Foto by Redazione online)

Andy dei Bluvertigo ricorda David Bowie: «L’idolo che più ha alimentato i miei sogni»

LEGGI La scomparsa del Duca Bianco - La morte di David Bowie ha emozionato il mondo intero. Andy dei Bluvertigo - Andy Fluon, Andrea Fumagalli - ricorda l’artista, il momento in cui l’ha conosciuto, quanto ha contato nella sua vita di artista e della band fondata con Morgan.

Il primo colpo dell’onda arriva secco sul suo orizzonte musicale. Agli ultimi colpi di vento degli anni Settanta Andy Fluon, Andy, Andrea Fumagalli non ha nemmeno dieci anni. Ma ricorda che sul televisore gli era comparso un pierrot acido che cantava “Ashes to ashes”: visto oggi un video vecchio in epoca in cui nei video nessuno più ci crede. Visto allora è il colpo secco dell’onda: le immagini, i suoni, le parole sono uno schiaffo di sinistro in pieno volto. Quello che non ti aspetti. «Ero ancora bambino, forse era Telecity», ricordava lunedì mattina: anche per lui, come per tutti, la notizia della morte di Bowie a pochi giorni dalla pubblicazione del suo ultimo album è un nuovo, definitivo colpo secco dell’onda.

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Ashes to ashes


Monza, David Bowie-Ziggy Stardust dipinto da Andy Fluon-Andrea Fumagalli (foto Giuse Rossetti 2015)

Monza, David Bowie-Ziggy Stardust dipinto da Andy Fluon-Andrea Fumagalli (foto Giuse Rossetti 2015)
(Foto by Redazione online)

«Sono molto emozionato», e in quell’emozione Andy parla di «un idolo fondamentale, quello che ha più alimentato i miei sogni». Di un ragazzino di allora che sarebbe poi diventato uno dei più seri e innovativi musicisti italiani di un paio di decenni dopo. Che avrebbe sempre raccontato nella cortese compostezza anglosassone dei modi e nell’estetica pop il suo tributo all’inventore di Space oddity. Imparando da lui una lezione fondamentale: l’onda si cavalca, le si va addosso, poco conta. Meglio inventarsi di volta in volta il proprio presente, meglio provare a costruire un altrove.

A quella “Ashes to ashes” che aveva ripreso il protagonista di “Space oddity” del 1969, il brano che aveva proiettato il cantante inglese nello spazio dello star system internazionale, Andy ci sarebbe risalito poi inseguendo la risacca delle tante trasformazioni di Bowie. Che era quello che creava di volta in volta un genere abbandonandolo quando diventava un genere: la new wave, l’onda nuova, era lui, senza che ne abbia mai fatto parte.
Da quelle parte nascono i Bluvertigo con l’incontro di Andy e Morgan nel 1986. «Per noi è stato fondamentale. Soprattutto perché era tra noi quattro, me, Morgan, Sergio (Carnevale) e Livio (Magnini) un unificatore di ascolti. Lo ascoltavamo in furgone quando ci spostavamo, siamo stati insieme a vederlo in tour. Quando è uscito “Outside” scritto con Brian Eno, per noi è diventato un filo conduttore»: incluse le tracce fatte dai Bluvertigo dal vivo, in quel 1995 in cui avevano inciso “Acidi e basi”.

«Abbiamo suonato prima di lui nel 2002 al Summer fest di Lucca»: era il 15 luglio, Bowie sarebbe salito sul palco con Gilberto Gil.
«L’ho solo incrociato nei camerini: aveva un’energia che ti spostava», racconta Andy. Che pensa alla capacità del londinese di cambiare in continuazione e di essere sempre Bowie: «La stessa tavolozza con cui dipingere di volta in volta un quadro nuovo e straordinario». Detto da chi, oltre al sassofono, condivide con Ziggy anche la passione dell’arte.
«Era capace di anticipare i tempi e di cavalcarli. E d’altra parte quali sia stata la sua importanza lo ha dimostrato la consacrazione in vita rappresentata dalla mostra a lui dedicata nel 2013 dal Victoria and Albert museum di Londra».

Ma c’è un altro passaggio fondamentale, per Andy: “Christiane F. - Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Il film di Uli Edel esce nel 1981, esce subito dopo gli anni della trilogia berlinese: è l’esordio degli anni Ottanta raccontati nel modo più crudo e reale, con la necessaria colonna sonora di Bowie, complice e vittima di quell’epoca: «È il film che ha raccontato una generazione».

«Un giorno gli chiesero se non pensasse che le sue canzoni spingessero i ragazzi a drogarsi. Lui rispose: forse, può essere. E poi: ma nessuno mi chiede mai dei ragazzi che grazie alla mia musica magari sono andati all’università e sono diventati medici». Raccontava insomma quello che sapeva: che dai suoi dischi era passata una generazione intera, anzi più di una, non tutti erano morti di eroina.

«Io sono grato a lui per tante cose. Ho perso uno zio poco tempo fa. L’ho accompagnato negli ultimi giorni. Ne ho sofferto. Ma quando ho sentito di Bowie, ho avvertito un senso di mancanza di respiro che non ricordo di avere sentito spesso».


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