Leonardo Spreafico tra sogno e realtà
Un’opera di Leonardo Spreafico

Leonardo Spreafico tra sogno e realtà

La reazione al dominio artistico di Novecento e un lunga parabola artistica nella seconda metà del secolo breve: Brianzart racconta Leonardo Spreafico.

È negli anni ’30 del Novecento che incomincia a lievitare il nome di Leonardo Spreafico (Monza 1907-1975), proprio quando esattamente nel 1933 aprì uno studio a Milano in via Garibaldi 89, che diventa luogo d’incontro di artisti impegnati per il rinnovamento dell’arte italiana. Artisti contro, artisti che miravano a contrapporsi contro il “Novecento” dominante, che rifiutava le ricerche e le conquiste delle avanguardie europee, tanto che si formarono pattuglie artistiche autonome a Milano, a Torino e a Roma.

A Milano ci sono i Chiaristi lombardi ( Lilloni, A. Del Bon, F. De Rocchi, A. Spilimbergo, C De Amicis) sostenuti dal critico Edoardo Persico, e gli Astrattisti ( Bogliardi, Ghiringhelli e Reggiani,  Licini, Soldati, Veronesi, Melotti) con un gruppo a Como. L’amico Mario Ghilardi critico e giornalista di Piacenza in un articolo apparso su “Il Capitale” di Milano e dedicato alle avanguardie italiane degli anni Trenta (numero del giugno 1974), ebbe a scrivere: “Leonardo Spreafico espresse una partecipazione seria ed autorevole al rinnovamento dell’arte italiana. Erano gli anni attorno al 1930: a Milano alcuni artisti si radunavano in Via Garibaldi 89, e per questo motivo Alfonso Gatto definì il movimento con il nome di “Gruppo Garibaldi 89”.

Un’opera di Leonardo Spreafico

Un’opera di Leonardo Spreafico

Quegli artisti erano lo scultore Broggini, Nivola, il friulano Fred Pittino pittore italiano nonché celebre mosaicista, da sempre in contatto con le avanguardie artistiche degli anni trenta, specie milanesi; Afro, Buffoni, Pancheri, Badodi, Musso e appunto Spreafico.

Dice ancora Ghilardi: “Da giovane Leonardo Spreafico aveva guardato alla pittura europea superando le lezioni accademiche e di maniera in nome di una libertà espressiva intelligente e ricca di sensibilità. Ricorderemo sempre il vivo senso del colore di Spreafico. Nella sua pittura le strutture cromatiche divenivano estasi di luce. Dominavano il blu e il giallo; vicino a essi i verdi e i rosa. Ma Spreafico non era un edonista del colore intento a costruire soltanto preziose eleganze formali. C’era una malinconia nelle tele; Spreafico dipingeva un mondo di armonia che era il suo sogno mentre la realtà della vita scorreva con le sue assurdità. E gli accordi cromatici nascevano da dissonanze del colore: l’uomo superava gli interni contrasti per arrivare ad una saggezza, ad una sua patria d’amore. Un’ansia esistenziale… una volontà di sciogliere il velo che nasconde le cose e la natura”.

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Calibrata, trasfigurata dall’emozione e dal ricordo, in anni di amori ed entusiasmi, come sa viverli solo un artista carico di risorse e vitalità, la pittura di Leonardo Spreafico ci ha consegnato una quotidianità solare grazie all’accensione di colori e tonalità che non è facile trovare in altri artisti del nord; e dunque i paesaggi della Brianza, mai spenti, ma spesso infuocati d’un rosso che lascia tracce visibili, possiamo ritrovarli in un altro lombardo che è stato Cassinari; è come se quel fuoco fosse dentro, un fuoco emotivo che deforma e agita l’architettura delle forme, segreto, e rapportato anche a una specie di pudore profondo.

Alfonso Gatto legge Spreafico

Alfonso Gatto legge Spreafico

Alfonso Gatto, poeta ermetico italiano, raffinato, scrivendo su Spreafico nel 1957, aveva indicato come da Spreafico e da Birolli qualcosa si mosse per arrivare più tardi a Morlotti e Cassinari “nella definizione di una certa ambigua e vegetale pittura lombarda che resta figurativa solo per le sue latenti possibilità naturalistiche”. Un’importante questione: “bisognerà studiare Spreafico proprio in questa strada dei precorrimenti da lui suggeriti per dargli il posto che gli compete di diritto nella moderna pittura italiana. Era un gentiluomo, un vero signore, pieno di civiltà. Lo rimpiangeremo sempre”. Leonardo Spreafico era nato a Monza nel 1907, aveva iniziato gli studi all’I.S.I.A., frequentando poi l’Accademia di Brera, ampliando la sua cultura con soggiorni a Venezia, negli Stati Uniti, Parigi, Barcellona, Oporto. Nel 1936, a seguito dell’affermazione insieme con B. Buffoni nel concorso indetto dalla Società di Navigazione “Italia” per la realizzazione di un pannello destinato alla stazione marittima di New York, Spreafico soggiorna negli Stati Uniti d’America.

Sarà il primo di una serie di viaggi e di permanenze che il pittore farà in molte città europee, esplorazioni che gli permetteranno di approfondire la sua opera al confronto con i grandi maestri della pittura e di tenersi aggiornato sulle tendenze artistiche internazionali. Da segnalare nel 1937 la sua opera ‘Mezza figura’, ora di proprietà di un ingegnere lissonese, figlio di un celebre maestro d’arte, premiata con medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi; poi nel 1942 il quadro “La modella triste”, venne acquistato dal Ministero per la Galleria d’Arte Moderna di Roma e nel 1948 ebbe la presenza alla Biennale di Venezia con “Barche in porto”.

Leonardo Spreafico

Leonardo Spreafico

Dal ’38 al ’74 aveva esposto in personali e collettive, ottenendo premi e riconoscimenti Ha composto vetrate, affreschi, mosaici, pale d’altare. Pittore prima di meravigliose figure e di volti che incantano, ritratti intensi, poi crea fiori, boschi, giardini, foglie, piante, erbe, nature morte, ritmi cromatici, forme naturali allusive, grovigli di colore.  Copiosa la bibliografia che ne sottolinea lo spessore pittorico.

Opere di Spreafico sono in gallerie e collezioni private d’Europa e d’America. Membro della Commissione artistica, collabora, con Municipalità monzese, soprattutto nell’organizzazione, accettazione e premiazione delle Mostre Nazionali di Pittura “Premio Città di Monza” del 1951, ’53 e ’56. È del 1951 la citazione di F. Patellani circa Spreafico di “ pittore degli angeli”, ecco cosa dice e scrive: “C’è ogni anno un certo momento in cui lo studio di L. Spreafico viene invaso da un mistico desiderio di raccoglimento. Il pittore monzese sente scendere da remote e sublimi altezze questo desiderio e allora comprende che è giunta l’ora del suo annuale appuntamento con gli angeli, e per sette giorni egli dimentica uomini e cose. Come misteriosamente toccato da una sorta di grazia divina, inizia così la sua “settimana angelica”. E per tutta la settimana L. Spreafico si dedica a dipingere angeli, uno al giorno, e a ciascuno di essi attribuisce un particolare significato. Lo chiamano per questo “il pittore degli angeli” (F. Patellani, in “Tempo, gennaio 1951).

Spreafico lavora moltissimo e realizza anche opere pubbliche e religiose, in particolare vetrate artistiche, pale d’altare e pitture murali. Nota è la grande vetrata policroma eseguita nel 1968 per la Chiesa Parrocchiale di Sant’Ambrogio ad Nemus di Cinisello Balsamo. Circa sei mesi di lavoro per artigiani e vetrai, venticinque metri quadri di vetrata e trentotto figure (altezza di Sant’Ambrogio m. 3.30). Sempre per la chiesa di Sant’Ambrogio ad nemus realizza una pala per l’altare raffigurante San Giuseppe con Gesù Bambino. Spreafico s’era potuto dedicare a questi lavori perché nel frattempo aveva lasciato la sua mansarda a Milano in Via Rugabella e la sua tenda di mussola fiorita per trasferirsi a Cinisello a due passi dalla sua natia Monza. Gli anni della maturità lo vedono spostarsi in molte città italiane ed europee dove sono esposte le sue opere in mostre antologiche e personali.

Un’opera di Leonardo Spreafico

Un’opera di Leonardo Spreafico

A questa intensa attività pubblica si contrappone la sua vita privata riservata e schiva, sempre laboriosa e finalmente pacificata in una felicità compositiva risolta nel colore. Così il collega Raffaele De Grada critico e già Docente di Storia dell’Arte all’Accademia di Brera: “Potrei prendere come capostipite Cassinari oppure Morlotti. Ebbene perché non vedere Spreafico in questo corso maggiore dell’arte lombarda che dai Tosi, dai Gola, dai Mosé Bianchi è discesa prima ai chiaristi e poi a Cassinari e Morlotti. Spreafico mantiene una bellissima ricchezza di colori, una sognante allegoria di giardini, di sontuosità ambite e, una volta godute, indimenticabili...un’artista lombardo sì, ma che ha tutte le condizioni per essere chiamato a rappresentare in tutta la sua importanza il corso maggiore dell’arte italiana”.

Carlo Franza

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Carlo Franza

Carlo Franza

o nel 1949, Carlo Franza è uno storico dell’arte moderna e contemporanea, italiano. Critico d’arte. È vissuto a Roma dal 1959 al 1980 dove ha studiato e conseguito tre lauree all’Università Statale La Sapienza (lettere, filosofia e sociologia). Si è laureato con Giulio Carlo Argan di cui è stato allievo e assistente ordinario. Dal 1980 è a Milano dove tuttora risiede. Professore straordinario di storia dell’arte moderna e contemporanea (Università La Sapienza-Roma) , ordinario di lingua e letteratura italiana. Visiting professor nell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e in altre numerose università estere. Giornalista, critico d’arte dal 1974 al 2002 a Il Giornale di Indro Montanelli, poi a Libero dal 2002 al 2012. Nel 2012 ritorna e riprende sul quotidiano “Il Giornale” la sua rubrica “Scenari dell’arte”.


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