#Spuntodivista: quell’insulto razzista che ferisce tutti noi
Una partita di calcio fra giovanissimi

#Spuntodivista: quell’insulto razzista che ferisce tutti noi

L’editoriale del direttore Claudio Colombo. Una mamma insulta dagli spalti un ragazzino di colore urlandogli contro “negro di m...”. Non è solo un problema di linguaggio o di cultura: il razzismo è anche la diretta conseguenza dell’involgarimento del dibattito pubblico.

Se una mamma insulta un coetaneo del figlio urlandogli «negro di m…» durante una partita di calcio, è normale porsi qualche domanda. Escludendo quella più spontanea, talmente spontanea da sembrare persino banale («Com’è concepibile che un adulto possa oltraggiare un bambino?»), ci si potrebbe chiedere in quale parte del cervello possa generarsi un’espressione del genere, se nella zona dell’ignoranza conclamata oppure in quella del razzismo strisciante, anche se poi la differenza è minima e una cosa non esclude l’altra.

Ci si potrebbe chiedere, inoltre, come mai non si trovi traccia, nella cronaca dettagliata dell’episodio, di una qualsiasi reazione da parte dei vicini di tribuna, potenziali testimoni dell’accaduto e tuttavia rimasti tutti in rigoroso silenzio.

Infine, volendo, uno potrebbe domandarsi se sia davvero così sbagliato insistere sulla teoria del nesso di causalità tra i discorsi irresponsabili di una quota consistente della nostra classe politica e certi atteggiamenti - della collettività o del singolo, a livello di condotta e di linguaggio - utilizzati come reazione immediata a problemi di stress sociale, instabilità economica, intolleranze varie e timori per il futuro.

Sono domande lecite che meriterebbero risposte argomentate. Ma non oggi, non qui. Oggi prevalgono solo lo sconforto che tutti noi dovremmo provare per quell’insulto così fuori contesto e fuori dal tempo (Desio, Brianza, non Alabama degli anni ’50) e la sincera compassione nei confronti di un bambino di 10 anni che, temiamo, avrà ben poco da imparare dalla propria mamma.


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