#Spuntodivista: nel Paese dei Peter Pan
Una ricerca di Eurostat dice che un giovane italiano esce di casa a 30,1 anni, 12 in più rispetto a un coetaneo svedese.

#Spuntodivista: nel Paese dei Peter Pan

I giovani italiani escono di casa intorno ai 30 anni, tra le medie più alte d’Europa. Succedeva già una quindicina di anni fa. Significa che nulla è cambiato e che le politiche di sostegno che si dovevano avviare sono rimaste lettera morta.

Ha fatto notizia, e non poteva essere altrimenti, il nuovo rapporto dell’Ufficio statistica dell’Unione europea che riguarda i giovani e la loro uscita dalla casa dei genitori. La media continentale è 26 anni, quella italiana è 30, c’è chi sta più su (Macedonia e Montenegro, 33 anni) e chi decisamente più giù, sfiorando età puberali come in Svezia, dove a nemmeno 18 anni si fa la valigia e si va. In Francia, che è pure il paese dei Tanguy, la quota è 23,6, più o meno la stessa di Germania e Inghilterra. Questo il quadro attuale, due le considerazioni.

La prima è che non si tratta di una sorpresa: il 3 ottobre 2007, nel corso di un’audizione parlamentare, l’allora ministro Padoa-Schioppa timbrò gli Oblomov italiani con il termine bamboccioni, poi evolutosi in sfigati, imprigionati, schizzinosi, sdraiati.
Seconda considerazione: quella battuta, ritenuta infelice, conteneva invece la tremenda previsione che senza politiche di sostegno e di attenzione al mondo giovanile (aree di azione: istruzione di base, istruzione superiore, formazione al lavoro, lavoro) il fenomeno si sarebbe aggravato nel tempo. Cosa che è puntualmente accaduta.

Dunque, per favore, smettiamola di chiederci che cosa non fanno i nostri giovani per andarsene dal Paese di Peter Pan, e domandiamoci invece che cosa ha fatto, e sta facendo, il nostro Paese per loro.


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