#Spuntodivista: alla ricerca dei “galantuomini”
Le prime righe del tema della piccola Elena, 6 anni, scritto nel 1981.

#Spuntodivista: alla ricerca dei “galantuomini”

L’editoriale del direttore Claudio Colombo. In un tema del 1981 una bimba delle elementari si chiede se la Brianza sia ancora una “fucina” di galantuomini. Quarant’anni dopo, la domanda è sempre valida: esistono ancora? E il mestiere di “costruirli” c’è ancora chi lo fa? Storia di un termine (e di un modo d’essere) caduti nel dimenticatoio.

La storia è tenera e bellissima. Un’alunna di seconda elementare scrive questo “pensierino”: «Il mestiere più bello in Brianza è quello di fare di ogni bambino un galantuomo». La bimba si chiama Elena, siamo nel 1981, gli anni di piombo sono agli sgoccioli e si stanno preparando quelli da bere: yuppies, rampantismo politico, spregiudicatezza economica, riflusso. Il clima è più o meno quello, finto leggero e sguaiato, ma già intriso di incognite e preoccupazioni. Colpisce quel termine insolito, “galantuomo”, che pare estratto da un polveroso manuale di bon ton ottocentesco, e però contiene il senso di un’idea di vita onesta, laboriosa, elegante nei modi, leale nei rapporti sociali. Se lo scrive una bambina di sei anni, racconta di valori familiari germogliati nell’educazione e nel rispetto per il prossimo: l’esempio dei genitori, quasi sempre, è tutto. Ed è anche una fotografia che immortala una certa definizione di Brianza, di territorio, di popolo. Galantuomo non era soltanto chi faceva il baciamano ma anche chi la mano la stringeva per sancire un patto o chiudere un contratto. Esistono ancora, 40 anni dopo, i galantuomini? E il mestiere di “costruirli“ c’è ancora chi lo fa? La risposta era già contenuta nello scritto di Elena, acerbo ma sincero: «È un termine ormai caduto in disuso ma che tanto sarebbe bello tornasse a suonare». Purtroppo non sembra che sia andata così.


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