#Spunto di vista: quando le parole sono come il veleno
Coronavirus, controllo delle forze dell’ordine in piazza Mazzini a Monza (Foto by Foto di Fabrizio Radaelli)

#Spunto di vista: quando le parole sono come il veleno

L’editoriale del direttore Claudio Colombo. L’utilizzo del linguaggio bellico per raccontare il coronavirus è suggestivo ma pericoloso: più che indirizzare verso un atteggiamento responsabile, fa leva sulla paura , rischiando di innescare meccanismi e sentimenti di intolleranza, rabbia e diffidenza verso l’altro.

Ci sono tanti modi per raccontare i giorni che stiamo vivendo. Uno dei più ricorrenti si affida al linguaggio bellico: basta aprire un giornale, scorrere le notizie sul telefono, guardare un telegiornale per sentirci dire che siamo in guerra, che gli ospedali sono campi di battaglia, che i medici combattono in prima linea e gli infermieri sono in trincea. E non è soltanto un problema di informazione: la militarizzazione del linguaggio ha affascinato anche capi di Stato, economisti, manager, persino qualche luminare della scienza e della medicina chiamato in tv per spiegarci il virus.

Utilizzare a un idioma forte può essere emotivamente suggestivo ma anche pericoloso: è fuorviante sul piano propriamente linguistico, perché suggerisce l’improponibile paragone tra un’azione brutale progettata dall’uomo per rincorrere interessi economici o geopolitici e le scorrerie anarchiche di un virus. Ma è anche una metafora infida, come fa notare lo studioso Mimmo Cortese, perché dà per scontato che il richiamo continuo alla dimensione della guerra sia un fatto ovvio in situazioni di inaspettata difficoltà collettiva, e che di conseguenza sia altrettanto naturale, proprio come in tempo di guerra, il ricorso a scelte indiscutibili, di pura emergenza, nelle quali nessun sacrificio è considerato eccessivo.

Per raccontare i tempi del coronavirus basterebbero parole semplici come cura, fragilità, protezione, guarigione, cautela, solidarietà, vicinanza, che hanno certo una minor forza espressiva ma rappresentano l’emergenza sanitaria per quello che è, un problema sociale e non un conflitto armato. Le parole, mai come ora, sono importanti. Le parole, ammoniva il filologo ebreo polacco Viktor Klemperer in “La lingua del Terzo Reich”, sono come piccole dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma intossicano subdolamente, giorno dopo giorno.


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