#Spunto di vista: l’alba degli anni ’80 e l’obbligo di ricordare
La pagina de “il Cittadino” con il resoconto dell’omicidio di Paolo Paoletti

#Spunto di vista: l’alba degli anni ’80 e l’obbligo di ricordare

L’editoriale del direttore Claudio Colombo. Ricorrono i 40 anni dalla morte di Paolo Paoletti, il dirigente dell’Icmesa ucciso a Monza dai terroristi rossi di Prima Linea. Tener vivo il ricordo di ciò che accadde in quegli anni è un dovere: serve a capire un periodo storico dominato dal buio della ragione. E a far sì che non si ripeta.

Nella forte, dolente e tristissima testimonianza della moglie Anna Laura concessa a “il Cittadino”, i 40 anni trascorsi dall’assassinio dell’ingegner Paolo Paoletti non sono un tempo sufficiente per il perdono. E questo tempo, par di capire, non arriverà mai. L’ingegner Paoletti era il direttore dello stabilimento Icmesa di Meda, la fonte del disastro della diossina che nel 1976 colpì Seveso e dintorni: fu ucciso dai terroristi rossi di Prima Linea la mattina del 5 febbraio 1980 su un marciapiede di Monza, mentre si recava al lavoro.

Paoletti era un bersaglio da colpire e un simbolo da annientare, in quanto rappresentante di quella società civile che i terroristi volevano sovvertire a colpi di pistola e mitraglietta. Come esattamemente un anno prima bersaglio e simbolo era stato il giudice Emilio Alessandrini, come nel marzo di quel terribile 1980 lo sarebbe stato il magistrato e docente universitario Guido Galli, e a fine maggio il giornalista Walter Tobagi, ucciso sotto casa da una formazione di sbandati che voleva fare il salto di qualità nel mondo del terrorismo politico. In estate sarebbero arrivati la bomba fascista e gli 85 morti alla stazione di Bologna, il più grave attentato terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra.

Quell’alba degli ’80, così intrisa di sangue innocente, sarebbe stata l’ultima appendice dei cosiddetti anni di piombo, colpi di coda terribili ma senza più prospettive. Sembrano anni lontani, ma sono anni che non devono perdersi nella memoria di un popolo. L’intervista ad Anna Laura Horloch Paoletti è piombo fuso sulla crosta della possibile dimenticanza: ci aiuta a ricordare ciò che è accaduto e ciò che una comunità civile e una democrazia matura non devono più rivivere.


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