Monza, se la passione è il curling

«Ecco perché mi sono innamorato»

Monza, se la passione è il curling  «Ecco perché mi sono innamorato»

Cosa ci fa un monzese sul ghiaccio? Gioca a curling. Facile, si dirà, in tempi di olimpiadi. Vero, ma la passione di Paolo Scotti, monzese di Monza, arriva più da lontano di Sochi 2014. Ecco perché (e che cos’è il curling).

Cosa ci fa un monzese sul ghiaccio? Gioca a curling. Facile, si dirà, in tempi di olimpiadi. Vero, ma la passione di Paolo Scotti, monzese di Monza, arriva più da lontano di Sochi 2014. Prima dei pantaloni optical dei norvegesi e delle miss dagli occhi azzurri. Della curiosità per la forma delle stones (di prezioso granito, esclusivamente scozzese) o dei tipi con le scopette. Primo approccio a Torino 2006, l’innamoramento con Vancouver 2010.

«Proprio come è successo in queste settimane – racconta Scotti, cinquant’anni e un lavoro nel trading online – anche io ero rimasto affascinato dalla novità ai tempi dei Giochi di Torino. Poi, frequentando Bormio mi sono avvicinato anche allo sport giocato: lì al palazzo del ghiaccio ho incontrato persone davvero appassionate che mi hanno trasmesso la loro curiosità e insegnato i primi rudimenti».

Perché in Italia il curling è uno sport davvero di nicchia. In tutto ci sono dieci impianti, undici quando verrà riparato il tetto del palazzetto di Cortina caduto sotto le recenti nevicate. Si pratica sui monti, in Piemonte (quattro impianti, fino a poco tempo fa cinque con Biella) e nella Marche (sì, due impianti). In Lombardia dopo Bormio c’è Sesto San Giovanni ed è proprio al PalaSesto che Scotti si allena tutti i lunedì sera. Con il Jass Curling Club (vai al sito).

«Per prima cosa? Bisogna imparare a stare in piedi, l’equilibrio sul piede che scivola, la coordinazione per lanciare. Una volta portate a casa le anche e i femori, si imparano le regole del gioco».

Scherzi a parte, perché il curling piace? «Viene paragonato un po’ alle bocce per la dinamica e agli scacchi per la strategia. Per me è divertimento, perché con il gioco di squadra si può intervenire sul risultato finale del lancio scaldando il ghiaccio, velocizzando la stone, rallentando la velocità. È tutto un gioco di effetti e anche di intelligenza: la riuscita di un lancio dipende da pochi gradi o millimetri. Poi è necessario essere obiettivi e dotati di fair play, visto che la figura di un arbitro non esiste». Se non quando si tratta di misurare con un “compassone” la distanza tra le stones per assegnare un punto in bilico.

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E poi? «E poi c’è anche agonismo, in alcuni casi come sempre persino esagerato, ma anche la possibilità di entrare in contatto con un mondo totalmente diverso dal nostro. Per esempio, prima di Natale ho partecipato a un torneo in Svizzera, a Lugano: ero col Jass Club e sarei stato riserva, gli avversari avevano un giocatore influenzato e ho gareggiato con loro. Tre partite, una giornata sul ghiaccio, il ristoro al bar tra una gara e l’altra. In poche parole, divertimento e convivialità».

Con anche la curiosità di scoprire che quegli svizzeri avevano il campo di curling a disposizione sul laghetto ghiacciato tra il municipio e la biblioteca. Come in Francia si gioca a petanque, come qui potevano esserci i campi per le bocce (ci sono ancora?). Paese che vai, cultura che trovi.

In Italia di curling si parla una volta ogni quattro anni, in occasione delle olimpiadi invernali. E le società ne approfittano con speciali “pacchetti olimpici” per aprire le piste ai nuovi appassionati. Mentre chi è già rimasto folgorato continua a divertirsi.


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