Donatellis, l’ingegnere di Lissone della Pirelli: «Io, un brianzolo di Napoli»
Massimo Donatellis

Donatellis, l’ingegnere di Lissone della Pirelli: «Io, un brianzolo di Napoli»

«Questa mattina ho lasciato l’auto poco distante da casa, ho percorso le stradine di accesso al Parco e sono arrivato prima degli altri». Massimo Donatellis conosce Monza da 46 anni. Ci arrivò da Napoli quando aveva poco più di 12 mesi. Oggi, dalla sua Santa Margherita di Lissone, arriva in autodromo come ha fatto per una vita.

«Questa mattina ho lasciato l’auto poco distante da casa, ho percorso le stradine di accesso al Parco e sono arrivato prima degli altri». Massimo Donatellis conosce Monza da 46 anni. Ci arrivò da Napoli quando aveva poco più di 12 mesi. Oggi, dalla sua Santa Margherita di Lissone, arriva in autodromo come ha fatto per una vita. «Anche infilando la bici nei buchi della rete, come tutti», confessa sorridendo. Non dimentica quel che è sempre stato, perché lo è tuttora. Una persona che si emoziona quando c’è da scattare una foto davanti ai piloti della Formula 1, nonostante sia ormai abituato a vivere in questo mondo.

È l’head of modelling department di Pirelli, fornitore degli pneumatici per le monoposto che si contendono il titolo iridato e lo sguardo di milioni di appassionati in giro per il mondo. In altre parole, è a capo del settore che cura lo sviluppo delle gomme, «creando modelli e analizzando le telemetrie». Una passione per i motori inevitabile, per uno cresciuto a pochi chilometri dal circuito monzese, e una fede calcistica che però non scorda le lontane origini. «Tifo Napoli, sono cresciuto nel periodo di Maradona. Non potrebbe essere altrimenti. Ma quando mi capita di tornarci, sono un brianzolo in trasferta. Cammino di fretta, il mio modo di essere è come quello di chi ha vissuto sempre qui. Anzi, potrebbero arrivare a vendermi un orologio…», ride di sé.

Ingegnere aerospaziale, arriva in Pirelli nel 2000 e comincia ad occuparsi dello sviluppo di pneumatici per modelli stradali, poi high performance. Sino all’arrivo in Formula 1. Dove, nel team Pirelli, tra la sessantina di addetti (70 per i Gp con concomitanza di gare di Formula 2 e Gp3), sente il peso lieve di rappresentare un’anima italiana in una composita mescola di inglesi e spagnoli. «A volte si aspettano da me, banalmente, info logistiche o previsioni meteo. Come se fossi un marinaio…», continua divertito. «Ma io faccio normalmente 3 o 4 gare l’anno, quest’anno con Monza ho Canada e Abu Dhabi. Per il resto del tempo, sono negli uffici centrali».

Massimo ha un ruolo apicale in Pirelli, eppure vive il ruolo e il l’entusiasmo spensierato che potrebbe avere anche Andrea, il suo bimbo di 3 anni e mezzo. «Da ragazzo avrei pagato oro per una foto con i piloti. Oggi capita di sorprendermi a trovarmi accanto a loro. Ma vivendo questo mondo, sono rimasto impressionato da quanta tecnologia ci sia nell’ambiente. E lo dico anche da ingegnere. Quando amici e conoscenti si interessano a quel che faccio, solitamente le prime domande sono sempre le stesse. Perché non fate vincere la Ferrari? Hai un biglietto di ingresso per Monza?».


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