La sua battaglia dal Messico alla Brianza: don Solalinde e la lotta ai narcotrafficanti
Don Alejandro Solalinde

La sua battaglia dal Messico alla Brianza: don Solalinde e la lotta ai narcotrafficanti

Ospite a Monza, dove ha incontrato i detenuti della casa circondariale e gli studenti delle scuole superiori, e a Limbiate, il sacerdote che da anni vive sotto scorta. Ogni giorno combatte per aiutare e togliere alla malavita dei cartelli della droga molti migranti di passaggio dal Messico, provenienti da altri stati dell’America centrale alla ricerca di una vita migliore.

Dal 2011 vive sotto scorta per il suo impegno contro i narcos e per aver denunciato la corruzione delle autorità pubbliche. Un milione di dollari è la cifra che i narcotrafficanti sono disposti a pagare, pur di vederlo ucciso. Il Messico, i migranti, il muro al confine con gli Stati Uniti, le espulsioni, il cartello della droga: Don Alejandro Solalinde non smette di urlare, con la serenità dei giusti, i crimini contro le persone che cercano di attraversare la frontiera Usa–Messico, dove fatti di violenza e corruzione si intrecciano con il traffico di esseri umani e coi narcotrafficanti, che vorrebbero, appunto, metterlo a tacere per sempre.

Don Solalinde parla, scrive (lo scorso anno è uscito il libro “I narcos mi vogliono morto” con Lucia Capuzzi, edito da Emi, Editrice missionaria italiana; ora un nuovo libro, in uscita tra pochi giorni, dal titolo “Questo è il Regno di Dio. Una vita radicalmente cambiata”, sempre con Emi, ndr) lotta, lotta sempre, anche con la fede, per i diritti umani, contro violenze e soprusi.

Basta una frase per comprenderne la personalità, il coraggio, la fede: «I migranti, in qualsiasi parte del mondo, ci ricordano che noi tutti siamo migranti. E se loro fuggono dalla povertà economica, dalle violenze, dall’alcol, dalla mancanza di un futuro, noi però dobbiamo fuggire dalla nostra povertà. Perché qui, nel nord del mondo, c’è una indigenza esistenziale». Calmo, sereno, tira un pugno dritto allo stomaco della platea. Don Solalinde parla dalla Brianza, dove è tornato per la seconda volta in un solo anno. Parla da Limbiate, dalla parrocchia del Sacro Cuore, dove ad ascoltarlo ci sono volontari, semplici cittadini, migranti. L’incontro è stato promosso da Editrice Missionaria Italiana, Parco delle Groane, Caritas di Monza e Brianza, Associazione Senza Confini, Sprar Desio, Rti Bonavena, Libera e dal Ministero della Giustizia. Il 5 ottobre ha incontrato gli studenti delle scuole superiori a Monza. Qui ha visitato anche la casa circondariale, dove ha incontrato i detenuti.

Don Alejandro Solalinde a Monza

Don Alejandro Solalinde a Monza
(Foto by Fabrizio Radaelli)

Nei suoi 73 anni di vita, il sacerdote è riuscito a togliere alla malavita dei cartelli della droga molti migranti di passaggio dal Messico, provenienti da altri stati dell’America centrale alla ricerca di una vita migliore. Non ha mai taciuto, tanto da essere stato costretto all’esilio. Solalinde ha anche fondato il Centro di accoglienza migranti a Ixtepec, nel sud del Messico, un rifugio per 20mila profughi l’anno. Sono mezzo milione gli “indocumentados” che ogni anno transitano in Messico dal Centro-america verso gli Stati Uniti. Il 25% sono donne, il 10% minori.

Da quando entrano in Messico, i migranti possono impiegarci almeno un mese per raggiungere la frontiera statunitense. Ed è proprio in questo lungo viaggio che divengono vittime di rapimenti, violenze, torture, schiavismo a fini sessuali da parte dei narcotrafficanti, che incrementano così i loro traffici: questo commercio di esseri umani vale 50 milioni di dollari all’anno. Ogni giorno 54 indocumentados vengono rapiti, 20 mila all’anno. Fino al 2005 di tutto questo padre Solalinde non se ne è mai occupato. «Ero un prete borghese» dice di se stesso. Poi la scoperta degli indocumentados e la costruzione per loro di un posto per rifugiarsi sia dalla polizia che dai narcotrafficanti.

Ma non basta. La sua battaglia passa anche dalla continua testimonianza degli orrori al confine messicano. Non tace, non smette di raccontare, di scrivere. E continua la sua vita nel mirino dei narcos. «Vedo tanti che non vogliono i migranti, ma chi lascia la propria terra e rischia la vita ha dentro di sé valori che altrove si sono persi. Il senso di comunità, ad esempio. E ricordano a chi è credente che la Chiesa è pellegrina. Sempre. I migranti sono il più importante segno dei nostri tempi. La terra per loro è madre, salva, ovunque (anche su un treno chiamato Bestia con cui i migranti attraversano il Messico dall’Honduras per arrivare, se ci riescono senza morire, al confine Usa, ndr) . Una terra che non è merce, come invece è diventata per tanti altri».


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