#Morosininpista: le due volte che Gilles Villeneuve divenne aviatore
La Ferrardi di Villeneuve esposta a Monza nel 2018 (Foto by Fabrizio Radaelli)

#Morosininpista: le due volte che Gilles Villeneuve divenne aviatore

Sono passati 38 anni dalla morte di Gilles Villeneuve, l’8 maggio del 1982: un po’ di ricordi di #Morosininpista. Comprese le due volte che il pilota Ferrari divenne aviatore.

Trentotto anni fa, l’8 maggio 1982, sulla pista belga di Zolder moriva Gilles Villeneuve il pilota più amato dai tifosi della Ferrari, un mito inossidabile, senza tempo, nel panorama dello sport automobilistico internazionale. Per ricordare Gilles, ecco alcuni capitoli dei miei libri.

La bicicletta di Gilles Villeneuve

7 aprile 1979: Gilles Villeneuve strapazzò tutti in qualifica e conquistò una fenomenale pole position a Long Beach, nel gran premio USA Ovest. Mi misi alla macchina per scrivere sprofondando nella gioia di costruire un’aureola intorno all’aviatore. Gilles di qua, Gilles di là. Avversari strapazzati di qua, avversari strapazzati di là. E via così, per una intera colonna di giornale. Soddisfatto del mio lavoro, andai a cena e poi a dormire, al solito Queen’s Way Hilton.

Verso le cinque di mattina il trillo del telefono mi fece sobbalzare nel letto:driiin, driiin, driiin. Alzai la cornetta.
“Pronto”, dico.
Dall’altro capo la voce del Drake:”Sono Ferrari”.
“Buongiorno ingegnere”, mormorai biascicando un po’ le parole. Risposta:”A parte che ormai qui è cominciato il pomeriggio, caro Morosini posso farle una domanda?”.
Io: “Prego ingegnere, dica pure”.

E il Drake:”Ho letto con estremo interesse il suo articolo, bello, ben scritto. Però, mi spieghi una cosa: Gilles con che cosa ha fatto la pole position, con una bicicletta?”.
Restai muto, col telefono in mano. Sentii il tutututuuuu della comunicazione interrotta.
Allora mi alzai, presi i fogli con l’articolo scritto, lessi. E capii cosa volesse dire il Drake. In tutto l’articolo non c’era una sola volta la parola Ferrari, nella foga di esaltare Gilles mi ero dimenticato la macchina.

Chiamai Maranello, la Giuliana mi passò il “capo” e io mi cosparsi la testa di cenere. Sentii un risolino ironico e poi la voce di Ferrari disse:”Caro Morosini, speriamo che con la mia bicicletta Gilles vinca la corsa”. Gilles la vinse.

Gilles a Istrana batte l’F104: ma ha paura dei tifosi

Gilles Villeneuve non aveva paura. Lo disse e ridisse più volte. E noi giornalisti ci abituammo a non chiedergli più se durante una corsa provasse, in qualche momento, spavento. Dei resto, quanto Gilles fosse un uomo dai nervi saldi lo si vide durante le prove libere del GP di Monaco 1981. I dottori del Centro medicina sportiva , che collaboravano con la Ferrari, sottoposero Villeneuve e Pironi a un test cardiologico. Attaccarono loro degli elettrodi il cui funzionamento veniva registrato per cinque giri. In tal modo, i medici avrebbero avuto i dati sulla frequenza cardiaca dei piloti nelle situazioni di corsa più difficili. Risultato: alla staccata e frenata dopo il velocissimo tunnel, Pironi accusò una frequenza cardiaca di 206 pulsazioni al minuto contro le 157 di Gilles.

In quel 1981, però, potei constatare “de visu” che anche Gilles Villeneuve, in occasioni del tutto particolari che nulla avevano a che vedere con un gran premio, poteva provare il sentimento della paura.

Fu in occasione della gara che il canadese fece a Istrana con un F104 dell’Aeronautica Militare Italiana. A quali livelli fosse la popolarità di Gilles lo si vide, in quell’aeroporto, sabato 21 novembre. Con il patrocinio del ministero della difesa, fu organizzata sulla base militare aeronautica una sfida singolare: monoposto di F.1 contro i jet F104 del 51° stormo caccia.

I formulisti erano Gilles Villeneuve con la Ferrari, Nelson Piquet fresco campione del mondo con la Brabham, Bruno Giacomelli con l’Alfa Romeo, Riccardo Patrese neo assunto alla Bra­bham. Centomila persone, forse più, accorsero a Istrana, bloccando per ore le vie d’accesso alla base.

Di questa marea, i sostenitori del ferrarista erano sicuramente più del 90 per cento. Con i militari che re­starono sbalorditi e, poi, conquistati dalla popolarità di Gilles. Questi ripagò il muro di gente, lungo tre chilometri e spesso cinquanta metri, con piroette e testa-coda spettacolari per invertire le direzioni di marcia. Una festa, una continua ovazione.

Gli Starfighter, lenti in partenza, persero la gara. Prima Piquet sconfisse l’F104, poi anche Giacomelli vinse la sua manche. Patrese, invece, fu sconfitto. Contro Villeneuve combatté due volte il miglior aviatore della base, il maggiore De Vincentiis: niente da fare, il pilota della Ferrari era scatenato e l’F104 non riuscì a recuperare lo scatto della Rossa alla quale Gilles aveva tolto l’alettone posteriore per essere più veloce.

Fra Villeneuve e De Vincentiis nacque un’amicizia che durerà fino alla morte del grandissimo campione. Probabilmente le vetture vinsero per un’astuzia di Bruno Giacomelli che, come supervisore, era andato il giorno prima a Istrana per stabilire la distanza del tragitto da percorrere. E ci fu il sospetto che Bruno, nei calcoli, avesse barato un po’. Ma fu dopo la gara che accadde un fatto straordinario, in cui Gilles venne sorpreso da un momento di autentica paura.

Alla fine della gara, eravamo dentro un hangar, con struttura in grado di resistere a un attacco atomico. Il maggiore De Vincentiis stava spiegando a Gilles il funzionamento di un F104. Con Gilles c’eravamo io e il collega di Tuttosport, Adriano Costa.

Ad un certo punto fra i tifosi si sparse la voce che dentro l’hangar c’era Gilles Villeneuve. Come materializzate dal nulla, trenta­-quarantamila persone fecero ressa premendo contro la struttura. Sentivamo colpi sordi, il capannone pareva tremare.

Gilles, bianco in volto si guardava smarrito intorno. I tifosi invocavano il suo nome, gridano che volevano vederlo. Ma uscire dall’hangar in quel mare di gente poteva significare restare travolti, finire all’ospe­dale. E allora Gilles balbettò: “Non c’è modo di uscir fuori senza farsi vedere?”.

Il comando della base militare convocò due compagnie, una di carabinieri e una di poliziotti. Villeneuve venne vestito coi panni di capitano dell’aeronautica, io e Costa da semplici avieri: Gilles era “l’aviatore” e quella divisa gli si addiceva.

Salimmo su una jeep guidata da De Vincentiis, gli agenti aprirono un varco nella folla, la jeep uscì dall’hangar a tutta velocità, senza dare it tempo ai tifosi di rendersi conto di quel che succedeva. Sarebbe bastato un niente per pro­vocare patatrac.

Fuori, un mare di gente sostava soprattutto vicino al camion Ferrari, in attesa. Quando i tifosi si accorsero che Gilles era sulla jeep cominciò un’autentica caccia all’uomo. Il circolo ufficiali, però, accolse la vettura e uno sbarramento di avieri armati impedì l’assalto. “Che paura”, mormorò Gilles. E fu la prima volta che lo sentii pronunciare quella parola.

I canadesi crearono la “febbre Villeneuve”

Gilles Villeneuve ha vinto solo sei gran premi ma se chiedete ai tifosi della Ferrari chi sia stato il pilota che hanno amato di più la risposta sarà unanime: Gilles. Il piccolo canadese fu oggetto di una sorta di febbre che aveva colpito il mondo dei tifosi della formula 1. E si è spesso dibattuto su chi avesse inventato la “Febbre Villeneuve”

Un collega, sul proprio Blog, ha scritto: “Quando ero ragazzino, Marcello Sabbatini, storico direttore di ’Autosprint’, diede un’etichetta ad un sentimento collettivo. Febbre Villeneuve: così definiva l’innamoramento di una generazione per lo stile e per le imprese di Gilles, cavaliere romantico della Ferrari”. La verità, però, è un’altra.

Io ero là a Montreal in quel fine settembre 1979, quando si corse il G.P. del Canada. Arrivai nella capitale del Quebec il martedì antecedente la corsa e mi resi subito conto che qualcosa di speciale stava accadendo: la città era tappezzata di grandi manifesti nel quali Gilles era raffigurato mentre si allacciava il casco e, sotto, una scritta grafica che diceva “J’ai la fièvre Villeneuve”. Di facilissima traduzione.

L’amico Pino Asaro, che in quel tempo era conduttore di un programma sportivo a una radio che trasmetteva in lingua italiana, mi disse che nelle scuole di tutto il Canada erano stati distribuiti (sponsorizzati dalla Labatt, la birra locale) centinaia di migliaia di locandine dello stesso tenore dei manifesti. In Canada, insomma, era nata la Febbre Villeneuve.

Detto per inciso, il gran premio fu vinto da Alan Jones davanti a Gilles staccato di poco più di un secondo. Ma nel successivo e ultimo appuntamento iridato di Watkins Glenn, il G.P. Usa East, Gilles disputò una gara straordinaria vincendo e staccando di 48” René Arnoux.

Marcello Sabbatini, che fu un grandissimo giornalista del Motorsport (probabilmente fra i più influenti di allora) cavalcò immediatamente e intelligentemente l’onda: alla premiazione dei Caschi d’Oro che si tennero nel dicembre 1979 al Motor Show di Bologna, il direttore di Autosprint regalò a Gilles Villeneuve un termometro con il chiaro significato di “informare” il canadesino della Ferrari che anche in Italia era scoppiata la “Febbre Villeneuve”.

Questa è stata la strada di quello slogan fortunato e, alla fine, fortemente tragico quando il destino ci ha portato via il pilota più amato che la Ferrari abbia mai avuto. Io non credo che Sebastian Vettel, seppure bravissimo e forse miglior pilota della formula 1 attuale, possa resuscitare quello slogan e appiccicarselo addosso. Troppo diversi i suoi connotati tecnici e agonistici da quelli di Gilles, troppo diverse e distanti fra loro le rispettive genialità di guida.

Michael Schumacher ha vinto con la Ferrari 66 gran premi e 5 titoli mondiali contro le sei gare vinte da Gilles: ma neppure per Michael è scoppiata la febbre. Perché, parafrasando in qualche modo (sbagliato!) il Marchese Del Grillo “Gilles era Gilles e gli altri sono nessuno”.

Dopo un contatto con Regazzoni Gilles Villeneuve diventa “l’aviatore”

In California, a Long Beach il boom, in due tempi: il primo po­sitivo, it secondo un po’ meno. Qualificazioni: un giro fantastico di Gilles e i cronometro di Jean Campiche, al box Ferrari, segna 1’20”33. E’ la pole position, tre decimi di secondo migliore di quella di Carlos Reutemann. Ma, inspiegabilmente il cronometraggio ufficiale assegna la pole all’ar­gentino e a Gilles il tempo di l ’20”83.

Col cronometrista della Ferrari sono d’accordo anche tutti gli altri tecnici delle squadre, soprattutto Michèle Dubosque, infallibile cronometrista della Ligier. Non c’e nulla da fare, del resto alla Ferrari non possono certo protestare per invertire l’ordine di partenza dei loro piloti. Reutemann è pur sempre il capitano, giusto quindi non metterlo in difficoltà. «Non ci sono dubbi — ci disse Marco Piccinini, direttore sportivo ferrarista di fresco impiego —, Gilles e andato più forte di Reutemann. Non so invece spiegarmi come mai i cronometristi abbiano commesso un simile errore».

Come se nulla fosse accaduto, Villeneuve s’apprestava alla prima grande partenza della sua vita. Capiva di avere mezzo secondo al giro di vantaggio circa su Reutemann. I suoi meccanici, che già lo adorano, gli avevano anche spiegato che se fosse scattato in testa avrebbe probabilmente messo in ambasce psicologiche Carlos, pilota fortissimo ma dal morale un tantino fragile. Ed è infatti la partenza la chiave di volta della corsa.

Mentre Reutemann si fa sorprendere dalle Brabham Alfa Romeo di Lauda e Watson, Villeneuve scatta felicemente al comando. “Era una sensazione inebriante, come di volare - raccontò alla sera, in albergo, cenando -. La macchina era docile, come guidare una carrozzina da bambini. Mi dicevo: chi può togliermi la vittoria? Chi potrà, poi, dire che Villeneuve è un bidone, un errore di Enzo Ferrari? Tutto sembrava lì, a portata di mano, pronto per essere raccolto. E invece... ».

E invece accadde il fattaccio, colpa dell’esuberanza e della smania di vincere. Al trentottesimo giro, cioè allo scoccare della meta corsa, Gilles si trovò davanti la Shadow di Clay Regazzoni in ritardo. Il doppiaggio diventava obbligatorio per non perdere tempo prezioso nei confronti di Reutemann che, invece di piangere, stava cercando di rimontare. Watson e Lauda si erano ritirati, con le loro batterie troppo piccole il motore non può funzionare.

Gilles si trova nella scia di Clay e commette un grave errore: tenta di superarlo all’interno della “S” prima della salitina di arrivo ai box. È un punto largo si e no dieci metri, dove due macchine non ci stanno. E difatti, mentre Regazzoni “chiude” la curva, Villeneuve finisce sul cordolo: la Ferrari si impenna, passa sopra la Shadow e si schianta contro una barriera di gomme che servono da protezione.

«Quello è pazzo, è pazzo davvero», urla Clay entrando al box: ma sotto il baffo non è arrabbiato più di tanto perché ha capito di che pasta è fatto Gilles. Un po’ come lui, guascone in pista, coraggioso al cento per cento, temerario quanto basta per sgomentare ogni avversario, anche il più duro. «Ho sbagliato al cinquanta per cento — ammette Gilles - ma anche Clay ha chiuso troppo presto la traiettoria e quindi ha sbagliato anche lui. Pari e patta, peccato mi sia volato via il primo successo della carriera. La macchina andava che era un pennello».

Ma ormai per Gilles e pronto il soprannome, “Gil l’aviatore”, scrivono affettuosamente fuori della pista di Fiorano i suoi tifosi abbreviandogli il nome. Ai tifosi non importa che Villeneuve arrivi o non arrivi al traguardo. Hanno capito che il ragazzo di Montreal è disposto, unico fra i piloti di formula 1, a dare tutto se stesso per portare la Ferrari oltre i limiti tecnici. Gilles, in embrione, e già quel pilota che, un anno dopo, dimostrerà d’avere un secondo nel piede, nelle mani e nel fegato. Enzo Ferrari, che comincia volergli bene, deve fargli una ramanzina. Ma gliela affibbia in toni paterni, concludendola con un sorriso.

Dal cinema di Imola alla curva fatale

Torniamo alla vigilia delle prove ufficiali del GP di San Marino. II direttore dell’autodromo di Imola, Roberto Nosetto, ex direttore della Ferrari, chiede di parlare a Gilles, Pironi, Prost e Arnoux.«Ragazzi - dice loro - mi raccomando. Domenica, in gara, fatemi un po’ di ’cinema’ per divertire la gente. Altrimenti, con quattordici macchine, se la corsa delude il pubblico è capace di saltare in pista e menarci tutti quanti».

I quattro si guardano, in tre sorridono mentre Pironi replica: «Nosetto, c’è in ballo il campionato mondiale. Devo pensarci». Passano le prove ufficiali, arriva il momento della gara. L’autodromo è gremito, ottanta-centomila persone hanno dato la loro risposta agli inglesi accorrendo in massa alla festa delle Ferrari. Non c’è tifoso che non creda alla vittoria di Gilles. Prima del via, al momento in cui i piloti ricevono dal direttore di gara le solite raccomandazioni, Pironi avvicina Nosetto e gli dice: «Va bene, metà gara di ’cinema’ e poi ognuno per se».

Parte la gara, Arnoux va in testa seguito da Villeneuve e Pironi. Prost è subito in difficoltà col motore e si ritira al sesto giro. Nosetto alza gli occhi al cielo e spera. Fra Gilles e Didier ci sono circa quattro secondi. Si fa il ’cinema’ a tre. A un certo momento le Ferrari sono in scia ad Arnoux che pare controllare agevolmente la situazione.

Al quarantaquattresimo giro salta anche il secondo motore Renault e Villeneuve è in testa. Proprio, sul curvone da quinta piena prima della “Tosa”. La gente è in delirio. Sul muretto della Ferrari compare un cartello di segnalazione: “slow”, cioe “piano”.

Villeneuve convinto che la propria posizione debba essere rispettata, viaggia tranquillo con Pironi in scia. Incurante del cartello, Pironi da battaglia a sette giri dal termine e passa Gilles. C’e una serie di passa-ripassa che manda in visibilio gli spettatori, Gilles è convinto che Didier, come lui, voglia divertire il pubblico. Poi sospetta e infine capisce che non è cosi al penultimo giro, quando il francese lo passa rischiando molto.

Villeneuve torna in testa ancora una volta superando impeccabilmente il compagno, ma questi a 800 metri dalla fine, alla “Piratella”, lo risorprende e vince la gara. Pensando al bene della Ferrari, Gilles nell’ultimo tratto non ha voluto seguire l’istinto che, probabilmente, sarebbe stato quello dell’o-la-va-o-la-spacca. Ma scende dalla macchina, getta per terra un guanto, parte come un razzo dal parco chiuso, dove chi arriva deve sostare per le verifiche.

Dario Calzavara, l’assistente di Marco Piccinini, ha intuito la situazione e corre per evitare che Gilles esploda in polemiche roventi coi giornalisti. Gilles non ha peli sulla lingua e accusa apertamente Didier d’averlo derubato. Dice: «Quando Arnoux s’è fermato ho rallentato perché credevo che la battaglia fosse finita. Non avrei mai creduto che Pironi m’attaccasse, eravamo al limite con la benzina e il cartello del box, ’slow’, mi aveva fatto capire che non era il caso di far pazzie. Pironi mi ha anche toccato, invece di essere un professionista ha preferito fare di testa sua. Vuol dire che se prima avevo un compagno di squadra adesso ho un avversario in più».

Poi, salendo sulla scaletta del podio si rivolge a Nosetto e a voce alta gli dice: «Credevo che Didier volesse fare il ’cinema’ e non fare sul serio. Da metà corsa in avanti potevo dargli un secondo al giro». E, con la testa balsa, parla con Jackie Stewart, presente alla corsa. In Gilles, pero, si rafforza il desiderio di una chiarificazione con la Ferrari.

Pironi s’è comportato in modo certo anomalo per un pilota della Ferrari. Se ha fatto quel che ha fatto sicuramente sapeva di non rischiare nulla, se non una romanzina. Le parole di fuoco di Gilles costarono un’amicizia: ma che cos’è, talvolta, un amico di fronte alla possibilità di un titolo mondiale di formula 1?

Ma il fatto che Pironi abbia potuto fare quel sorpasso vuol forse significare che a Maranello l’immagine di Villeneuve, anche per i suoi contatti con altre scuderie, stia sbiadendo? Ipotesi, questa che non avrà piu risposta se non quella personale che ciascuno di noi, conosciuti i fatti, potrà dare.

Tre giorni dopo, a Marcello Sabbatini direttore della rivista “Rombo”, Gilles rilascia un’amara confessione-intervista in cui conferma tutto ciò che aveva detto, nei confronti di Pironi, a botta calda. Ferrari emette un comunicato in cui da ragione per meta a Gilles “scusando” però l’ansia di vittoria di Pironi. Un comunicato che lascia intravvedere un intervento da pompiere di Marco Piccinini, amico di Didier e suo testimone di nozze. E’ così, con l’animo esacerbato che Gilles Villeneuve si prepara per l’appuntamento col proprio destino.

Durante i dieci giorni che separano Imola da Zolder, i due piloti della Ferrari debbono per forza ritrovarsi e discutere. Il mondiale, nonostante tutto continua. Ma fra loro c’e un muro di gelo. In Belgio non c’e Johanna, e rimasta a Montecarlo perché Melanie, la piccola, ha la Prima Comunione.

Gilles è solo, pranza coi meccanici. Ricorda, proba­bilmente, la vita in comune con Didier, l’amicizia in cui credeva e che invece non c’era: fatto che qualche tempo fa, Johanna confermò rivelandomi che “Gilles non fu invitato al matrimonio di Pironi”.

La mattina del venerdì, quando monta in macchina per la prima giornata di prove ufficiali, appare come liberato e ottiene un tempo di rilievo, il quinto, nonostante piccoli ritardi nella risposta turbo.

Il sabato, lavora alacremente nell’ora e mezzo di prove libere per mettere a punto la macchina. C’è la sessione di qualifica definitiva: un breve colloquio con qualche cronista, la pipì contro il muro posteriore del box come fanno solitamente i piloti. Quindi, la ricerca spasmodica del tempo, dannandosi in pista, lo schianto e il volo: l’ultimo, quello tragico, alle 13.53, sette minuti prima della fine delle qualificazioni. Infine la sala verde dell’ospedaletto dell’autodromo, I’elicottero, l’ultimo e vano tentativo dei medici.

Alle 21,52 il più grande artista della Ferrari usciva per sempre di scena per entrare nella leggenda.

(dal libro “Gilles Villeneuve”, Nestore Morosini, 1982)


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