La Reggia Racconta quando il Parco ha rischiato di diventare città-giardino
La divisione per aree del parco di Monza

La Reggia Racconta quando il Parco ha rischiato di diventare città-giardino

Un secolo fa, nel 1919, due imprenditori presentano la proposta di realizzare in tutto il parco di Monza (Villa e giardini esclusi) una città-giardino. Ecco, per la prima volta, cosa diceva il progetto: è La Reggia Racconta.

In calce una data e una firma: Giacchi e Viganoni, ottobre 1919. Un secolo fa: qualche mese ancora e sarebbe stato il 1920, l’anno in cui quella proposta sarebbe stata affossata. Il campo è rimasto libero di lì a poco per l’autodromo nazionale e il golf.

Sta di fatto che nell’autunno di quell’anno una coppia di imprenditori ha preso carta e matite e ha disegnato sulla mappa del parco di Monza un progetto per una città giardino che (si direbbe fortunatamente) non è mai stata realizzata. Ottobre, 1919, un secolo: per la prima volta il Cittadino è in grado di raccontare cosa sarebbe potuto diventare il parco se l’Opera nazionale combattenti, alla quale erano state consegnate le proprietà perché le facesse fruttare, avesse detto sì. Quelle carte sono rimaste sepolte per cent’anni negli archivi dell’Umanitaria.

Nel fascicolo di Milano manca una sola cosa: la mappa pure citata dalla proposta Giacchi-Viganoni, che possiamo ricostruire solo in maniera sommaria. Ma i contenuti ci sono. E ci presentano uno scenario che a un secolo di distanza sembra sorprendente. Allora la coppia ha proposto la costituzione di una società che comprasse tutti gli oltre 700 ettari per realizzare su un quarto del totale una “città giardino” che “conservi tutto il resto a pubblico passeggio, dove, col concorso dei Comuni interessati, potranno essere campi sportivi e di divertimento”.

La ricostruzione del progetto di Giacchi e Viganoni per il parco di Monza

La ricostruzione del progetto di Giacchi e Viganoni per il parco di Monza

In mancanza della mappa scomparsasi può solo ipotizzare cosa di preciso proponessero gli imprenditori, tanto più che è evidente dalle pagine della proposta che l’edificato avrebbe occupato molto più di quanto assegnato all’Opera nazionale combattenti: il progetto riguardava tutto il parco con la sola eccezione della Villa reale e dei giardini. Per il resto, sopra l’attuale viale Cavriga, a ovest del Lambro, fino al confine del muro di cinta e a nord con il viale segnato da porta San Giorgio, la zona rosa: destinata a case con orto o giardino, mantenendo i viali presenti, in spazi alternati nella zona residenziale da campi sportivi e giardini pubblici, per un totale di 200 ettari. Circa 30 ettari al centro della città-giardini sarebbero stati stati riservati per servizi pubblici, “chiesa, scuole, asili, bagni ecc.” in un’area segnata in arancione. Il resto in aree segnate in verde “la parte migliore del parco attuale in gran parte boscoso” che sarebbe diventato luogo di passeggio pubblico ma con alberghi, campi sportivi e di divertimento e molto altro. Nella parte verde a sud anche la latteria, con caseificio, servizi annessi e pascolo. La parte in verde in tutto occupa 380 ettari del 700 e un po’ calcolati del parco in totale.

LEGGI le altre puntate della rubrica

C’è spazio anche per l’agricoltura, quella “coi sistemi dell’alto milanese” e cioè granturco, prato, frumento e gelsi con le case dei coloni nell’area nord-ovest. E per arrivare in questa città ideale di stampo rinascimentale filtrata dal socialismo dell’Ottocento c’è anche la ferrovia, cioè i trasporti: il progetto prevede una stazione all’ingresso del parco, che un giorno magari avrebbe potuto portare a Villasanta e Biassono, si legge nel progetto. Il 1920 ha fatto sparire il progetto: il parco, così, si è salvato. E l’autodromo, alla luce di tutto questo, è stato il male minore rispetto a un progetto che avrebbe portato case ed edifici nel parco.


© RIPRODUZIONE RISERVATA