La Reggia Racconta l’arte antica dell’Uselànda (che è sopravvissuta)
Il roccolo del Parco di Monza

La Reggia Racconta l’arte antica dell’Uselànda (che è sopravvissuta)

Nessuno da queste parti va più a caccia di uccelletti per la cena, ma al Parco di Monza è sopravvissuta l’Uselanda, l’Uccellanda, o il Roccolo: una tradizione antica che è stata salvata anche grazie al Comitato per i Parco.

Un roccolo è una trappola. Una trappola per uccelli, per esse filologicamente esatti, ma insomma: niente vieta di utilizzarlo con la metafora dell’imboscata, fatta a scapito di volatili che trovano un’oasi e non sanno che invece è il destino della tavola, con ogni probabilità, ad attenderli. “Appostamento fisso di uccellagione (cioè caccia agli uccelli, ndr) con reti verticali a triplice panno, con pergolato a forma di semicerchio o ferro di cavallo. è generalmente impiantato su montagne, valichi e zone collinari” scrive la Treccani, ma anche in piena pianura, dal momento che ne esiste uno, nobilissimo, nel Parco di Monza.

Se ancora esiste, a dir la verità, è merito del Comitato per il Parco, che dopo il 2000 ha contribuito a un progetto di restauro e riqualificazione che è stato concluso nel 2007, ricorda la Reggia di Monza. “Della struttura originale rimane la pianta circolare (il diametro esterno misura circa 55m) ma non vi è più traccia della torretta; le piante sono state in gran parte sostituite con nuovi esemplari”. Il Roccolo, o Uccellanda, è uno spazio crudele: quello in cui venivano create le condizioni (con degli alberi) per attirare uccelli e poi catturarli. Certo quel nome rievoca la forma dialettale, lubrica e birichina, capace di trasformarsi in poco meno di leggenda grazie allo scrittore brianzolo (lariano) Andrea Vitali che nel romanzo “Olive comprese” ha anche introdotto la figura di Luigina Piovati, detta l’Uselànda, cioè l’ornitologa, nelle intenzioni dell’autore: ma evidentemente è tutta un’altra storia.

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Il Roccolo del parco di Monza si trova a est del viale Mirabello ed è un’architettura vegetale “utilizzata storicamente per la caccia agli uccelli con le reti, a scopi alimentari e ludici”. La Reggia sa che non si tratta di un impianto delle origini del patrimonio verde di Monza, cipè appartenente “all’impianto ottocentesco del parco” perché “non se ne conosce l’esatta data di costruzione”. A pianta circolare - la Reggia racconta- è circondato da un doppio filare di carpini fra cui un tempo erano tese sottili reti; al centro alberi da frutto e da bacca attiravano gli uccelli di passaggio. Il roccolatore, nascosto in una torretta mimetizzata dalla vegetazione e non più esistente, spaventava gli uccelli che, alzandosi improvvisamente in volo, rimanevano impigliati nelle reti. Utilizzato fino agli anni ’30 del Novecento e poi abbandonato e lasciato degradare” è stato poi riqualificato poco più di dieci anni fa.

Un roccolo

Un roccolo

“Tradizionalmente i roccoli erano costituiti da un doppio filare di alberi disposti a cerchio o ellisse, distanziati qualche metro e con reti tese fra un albero e l’altro - ricorda ancora il Consorzio Parco - . La specie più utilizzata era il carpino, che resiste bene a frequenti potature e in inverno non perde mai del tutto le foglie. All’interno del cerchio veniva ricreato un vero e proprio paradiso per attirare gli uccelli di passaggio: acqua, alberi da frutto e da bacca, conifere per creare zone all’ombra e richiami vivi, ossia gabbiette con uccelli. Da un lato, ben mimetizzato nella vegetazione, si trovava un capanno o una torretta per il roccolatore che, al momento opportuno, spaventava gli uccelli facendo in modo che essi, alzandosi in volo in modo improvviso e scomposto, rimanessero impigliati nelle reti perimetrali”.

Il Consorzio ricorda che erano strutture difficili da realizzare, per la precisione necessaria, e poi difficili da mantenere: chi ne era responsabile dovere avere conoscenze precise di giardinaggio così come di ornitologia, e d’altra parte i centri erano allo stesso tempo lo spazio necessario per la raccolta di uccelletti per la tavola così come occasione di divertimenti e socializzazione per il tempo impiegato nell’attesa degli uccelli da catturare.

“Il roccolo presente oggi nel Parco di Monza non appartiene all’impianto ottocentesco del parco né si conosce la data esatta della sua costruzione - scrive ancora la Reggia - . Risulta però che dall’inizio del Novecento fino ad almeno gli anni ’30 esso fosse concesso in gestione a privati e regolarmente utilizzato e manutenuto. La guerra, le alte spese di gestione e l’entrata in vigore della proibizione della caccia agli uccelli con le reti, ha fatto sì che il roccolo fosse via via abbandonato. Nel dopoguerra, il prato del roccolo e il roccolo stesso sono stati addirittura adibiti a zona di campeggio in occasione dei Gran Premi di Formula 1” ma fortunatamente, poi, gli spazi sono stati salvaguardati.


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