La Reggia Racconta l’anemone (e la gelosia di Apollo per Adone)
Monza Fioritura parco Anemone bianco (Foto by Fabrizio Radaelli)

La Reggia Racconta l’anemone (e la gelosia di Apollo per Adone)

Nella stagione delle fioriture, nella rubrica La Reggia Racconta la storia di un fiore speciale: l’anemone che riempie precocemente i prati e i boschi della Reggia di Monza. Che ha tanta storia alle spalle. Compresa la volta in cui Apollo, geloso di Adone, lo fece uccidere da un cinghiale.

“È tra i primi fiori ad annunciare il ritorno della primavera con la formazione nei boschi di estesi tappeti fioriti prima che crescano le foglie degli alberi circostanti che renderanno i boschi ombrosi e allontaneranno gli insetti impollinatori. È una pianta perenne, dotata di un rizoma orizzontale profondo, giallo brunastro dal quale spunta un fusto ascendente che raggiunge i 20cm di altezza. Gli anemoni tendono a sbocciare all’arrivo dei venti equinoziali: per questo gli antichi li osservavano per capire la direzione dei venti”.

Così la Reggia di Monza racconta uno dei protagonisti della primavera nel parco storico della città: ma storia per storia, si tratta di un fiore che ha molto da raccontare e che già nell’antichità era ricordato al punto di diventare parte del mito. Ne sanno qualcosa i greci. Il nome scientifico della specie più diffusa è Anemone nemorosa, fa parte della famiglia delle Ranunculaceae come ranuncolo, nigella, anemonella, elleboro, clematis e speronella. L’anemone è un fiore cauto che ha imparato a fare i conti con la sua stagione, spesso il tardo inverno: quando è sera chiude i petali per proteggere stami e pistilli dai rigori residui della notte.

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La sua fragilità si trova anche nelle presumibili etimologie del nome. Per Teofrasto una questione di venti, con le corolle che si agitano al soffio e che la radice anemos greca sottolinerebbe. Nel mondo latino qualcuno ha cercato di agganciare il nome all’anima ma comunque come “soffio vitale”, mentre c’è chi ha voluto (meno credibilmente) riferire il toponimo dell’Anemo, fiume ravennate dove forse è stato visto il fiore le prime volte. Poco credibile, in fondo, e a quel punto meglio ricorrere al mito. D’altra parte la sua fragilità fa i conti con la sua cattiveria: amarissimo, è un fiore velenoso per il bestiame e ha scarse applicazioni farmaceutiche, anche per la protoanemonina che contiene.

Vento e fragilità si ritrovano appunto nel mito. Che era fatto soprattutto di invidie e gelosie e di passioni. Insomma, di umanità. Sarà per questo che veniva rappresentato come un ninfa di Flora, la dea della primavera, che non apprezzò i sentimenti che suscitò in Zeffiro e Borea, personificazione dei venti, al punto di tramutarla in fiore: ma un fiore particolare, dalla fioritura precoce e quindi ancora in balia dei venti freddi di tramontana da cui avrebbe dovuto difendersi piuttosto che schiudersi. O, al contrario, restarne travolta, spargendo (e perdendo) i petali. La sua origine è raccontata diversamente da Ovidio, per il quale Adone, amato da Venere, restò ucciso da un cinghiale, in realtà spedito da quelle parti da Apollo, geloso di lui e della sua bellezza. Dal suo sangue sarebbero nati gli anemoni. E da quello dai Venere, arrivata per aiutarlo e ferita dai rovi, le rose rosse.


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