La Reggia Racconta il Serraglio, la Fagianaia e la caccia del re (e della regina)
Il serraglio dei cervi in una foto pubblicata su Nell’età di Umberto e Margherita. Il parco e la Villa Reale di Monza nella fotografia dell’Ottocento” (Silvana editoriale, 1999, a cura di Roberto Cassanelli)

La Reggia Racconta il Serraglio, la Fagianaia e la caccia del re (e della regina)

Il Serraglio dei cervi prima, la Fagianaia reale poi: il ruolo di riserva di caccia del Parco di Monza era connaturato alla sua nascita. La Reggia Racconta quell’epoca, la passione di re Umberto I e le stragi di conigli di Margherita.

Nessuna sorpresa: i nobili amavano la caccia. Anzi: diciamo che era il passatempo nobile per eccellenza. D’altra parte nei secoli scorsi di grandi sfide sportive, di cinema e playstation, non è che circolassero molte. E così quando i francesi decisero di aggiungere alla Villa reale nata per la delizia qualcosa di altamente dilettevole, pensarono di farci una riserva di caccia. Cioè il Parco di Monza.

A dire sì il progetto l’imperatore Napoleone con atto del 14 settembre 1805: proprio lui, quello che si sarebbe fatto incoronare con la monzesissima corona ferrea. L’idea era di fare di quei 700 ettari una tenuta agricola modello e appunto una riserva di caccia. Quando tutto comincia è il 1806, quando il vicerè Eugéne de Beauharnais inizia costruire l’enorme tenuta nei terreni a nord di Villa e Giardini, quelli voluti una trentina d’anni prima da Maria Teresa d’Austria.

È la stessa Giuseppina Bonaparte in una lettera a stimolare il figlio Eugenio, al quale oggi Monza dedica il viale dei Boschetti reali, a fare qualcosa di più grande di Versailles. E così fu: il parco francese è di 250 ettari. Insomma: in uno spazio tre volte più grande la caccia sarebbe stata indimenticabile, avranno pensato allora e così vennero pianificate anche le strutture necessarie per ripopolare la fauna dopo ogni battuta, nella parte più settentrionale del parco. Ne sono esempi il Serraglio dei cervi, quasi al confine con Lesmo e la Fagianaia reale, nella parte finale di viale Vedano. E se il primo oggi attende restauri e si trova all’interno del perimetro dell’autodromo, il secondo al momento ospita il ristorante Saint George Premier. ​

La copertina di Promenade dans le Parc I. et R. et les Jardins de Monza. Almanac puor l’An 1827” realizzato dal Pittore Frederic Lose

La copertina di Promenade dans le Parc I. et R. et les Jardins de Monza. Almanac puor l’An 1827” realizzato dal Pittore Frederic Lose

Il serraglio è esattamente quello indica il suo nome: lo stallo e allevamento di selvaggina. “L’edificio, destinato a recinto degli animali, fu uno dei primi ad essere realizzato, sebbene in tempi diversi” scrive la descrizione presente nel fondo Canonica nell’Archivio del moderno di Mendrisio. L’architetto “Canonica elabora diverse proposte, riconducibili al 1808, nelle quali ipotizza la costruzione di un vestibolo a pianta quadrata, con funzione d’ingresso al recinto, in forme neogotiche, con un arco ogivale affiancato da due torrette laterali sormontate da pennoni con mezzelune. La costruzione dell’arco d’ingresso fu conclusa nell’agosto del 1809; successivi lavori sono ampiamente documentati nel 1829, quando furono ricostruite le due torrette dell’arco ogivale, e nel 1831, quando si realizzò un nuovo portico”.

La porta è stata costruita nella zona del Bosco Bello, un’area prevalentemente persa con la costruzione dell’autodromo, affiancata da una cascina destinata ai guardiani. A pochi metri, oggi, passa la pista del circuito. “Il manufatto, a pianta quadrata aperto su due lati, ha muri perimetrali in mattoni, copertura in coppi a capanna ed è caratterizzato dalla scenografica apertura ad arco ogivale, nascente dal terreno e arricchito da cornice a rilievo e formelle, affiancato da due torrette rivestite in pietra con aperture e decori”. L’architettura doveva colpire molto l’immaginazione dell’epoca, dal momento che si trova spesso raffigurata nelle cartoline e nelle stampe: scelta, per esempio, anche per un itinerario nel Parco stampato nel 1827. In realtà negli anni l’allevamento di caprioli e cervi fu chiuso: troppi i danni provocati all’agricoltura. La nuova scelta? I fagiani.

La fagianaia reale in una foto del volume Nell’età di Umberto e Margherita. Il parco e la Villa Reale di Monza nella fotografia dell’Ottocento (Silvana editoriale, 1999, a cura di Roberto Cassanelli

La fagianaia reale in una foto del volume Nell’età di Umberto e Margherita. Il parco e la Villa Reale di Monza nella fotografia dell’Ottocento (Silvana editoriale, 1999, a cura di Roberto Cassanelli

È di alcuni decenni successivo l’altro edificio nato per gli svaghi venatori dei nobili: la Fagianaia reale risale al 1838 ed è non più firmata da Canonica ma dal successore Giacomo Tazzini. L’allevamento dei fagiani è un edificio di dimensioni contenute rispetto ad altri e conserva ancora oggi l’aspetto originale, non lontano dai Molini asciutti e Cascina Casalta: corpo centrale, due piani, portico aperto e ali laterali con tetto a capanna.

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Fu un soggetto scelto anche da Carlo Sanquirico, il pittore che dà nome alla via monzese verso Brugherio, per la pubblicazione di un volume sulle “Vedute principali dell’I.R. Villa di Monza”, stampato intorno all’anno 1830 a Milano. Tra gli aspetti suggestivi anche il viale alberato che lo costeggia e si apre su vasto prato che mette in risalto le zone boschive che si trovano attorno. “Dalle foto storiche si apprende l’avvenuta sopraelevazione dei corpi di fabbrica posti ai lati della palazzina centrale, con la formazione di due logge aperte e simmetriche e la formazione di due balconi in corrispondenza delle porte laterali. La struttura è composta da muri perimetrali in laterizio, solai in legno con orditura primaria e secondaria e copertura in coppi”.

La carrozza usata da Umberto I il giorno dell’agguato mortale di Gaetano Bresci presentata in mostra ad Arcore nel 2016

La carrozza usata da Umberto I il giorno dell’agguato mortale di Gaetano Bresci presentata in mostra ad Arcore nel 2016
(Foto by Fabrizio Radaelli)

Qualche racconto dell’epoca arriva ai giorni nostri da un articolo scritto sulla Rivista di Monza del 1938, come già segnalato da Giancarlo Nava nella sua rubrica Monza Curiosa. Si tratta dei ricordi di Paolo Cazzaniga, dal 1886 a servizio di Umberto nel palazzo e nei giardini reali, anche come giardiniere. Era stato anche a Roma per una parentesi di quattro anni come addetto alle argenterie del re. Ma il suo cuore era in Brianza. Nei suoi ricordi si legge di Umberto I già in sella nel parco alle sei del mattino, un giro che lo avrebbe poi portato nei cortili delle cascine ma solo per il cambio di cavallo. Il pomeriggio era tempo di pariglia (il rito a due cavalli) uscendo spesso con il cocchio, seguito da vetture di corte per recarsi a visitare le ville patrizie della Brianza. D’altra parte quando verso estate arrivava il tempo del soggiorno dei reali, i primi ad arrivare erano loro, i cavalli della scuderia personale di Umberto di Savoia.

Ricordi reali e di caccia arrivano anche da Umberto Grillini, che in una sua cronaca del 1929 racconta che re Umberto a Monza cacciava quasi ogni giorno durante la sua lunga permanenza primaverile ed autunnale. Basta una visita agli appartamenti reali, d’altra parte, per scoprire le lunghe scaffalature dell’armeria del sovrano. “I caprioli, sotto l’infallibile fucile del Re Buono, andavano a poco a poco scomparendo, ma al loro posto si intensificò, per desiderio del re, l’allevamento dei fagiani, coll’incubazione delle uova fatta colle tacchine. Vi era adibito apposito personale specializzato ed era una vera risorsa per moltissimi contadini dei cascinali vicini andare alla ricerca delle uova di formica perfino in Brianza, donde ritornavano carichi di tale cibo preferito dai fagiani”. E ancora: “Essi erano detti taponat ed erano i beniamini del re, che li conosceva tutti personalmente e li faceva ben rimunerare. Inoltre spesso il re stesso li ringraziava con una stretta di mano e con una lauta mancia, oppure offriva loro in dono un fagiano da lui ucciso ed essi ne andavano fieri e ne conservavano gelosamente le spoglie”.

Margherita di Savoia amazzone alla Villa reale

Margherita di Savoia amazzone alla Villa reale

“Per aumentare la fauna del Parco, re Umberto volle che si facessero venire delle pernici dalla Boemia, ma esse fuggivano tutte oltre la cinta del Parco non appena venivano messe in libertà, divenendo così facile preda dei numerosi cacciatori milanesi che pullulavano nelle campagne vicine. Vennero pure introdotti i conigli selvatici, ma fu un vero disastro per la superba vegetazione del Parco perché vi distruggevano una grande quantità di piante. Per annientarli non bastarono le frequenti battute cosicché si dovette ricorrere ai furetti, alle tagliole ed alle reti. Perfino la Regina Margherita ebbe a spaventarsi della strage che i conigli recavano ai giardini che ella curava affettuosamente, coadiuvata dalle sue dame da un nugolo di giardinieri. E allora, armata di un corto fucile fattole fabbricare apposta dal Re, attendeva al varco i distruggitori dando loro la caccia con discreto successo, ma soprattutto con grande diletto”.


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