Spiegare l’Isis ai bambini si può e si deve, senza mentire
Gli attentati a Bruxelles in un disegno di Stefano Misesti

Spiegare l’Isis ai bambini si può e si deve, senza mentire

Dopo l’ultimo attacco terroristico a Bruxelles, Alberto Pellai e Antonio Marziale spiegano al Cittadino Young come raccontare il terrorismo ai più piccoli. Senza raccontare bugie.

Spiegare tutto, in modo preciso e con le parole giuste. Dopo l’ultimo attacco terroristico a Bruxelles con 34 morti, è importante capire cosa e come dire dell’Isis.

In casa e in classe se ne parla, cosa se ne sa? Ci sono persone che si stanno impegnando per spiegare bene ai bambini cosa stia succedendo. Lo fanno con internet e libri. Su internet (www.osservatoriodeiminori.org) Antonio Marziale risponde ai genitori che chiedono come parlare di Isis ai bambini. Tra gli scrittori, Alberto Pellai, che è medico, psicoterapeuta e ricercatore all’università, ha scritto con Edgar Morin, Riccardo Mazzeo e Marco Montanari, il libro “Parlare di Isis ai bambini” (Erickson, 148 pag., 14,50 euro).

«Le persone sentono la guerra vicina ed è importante parlarne anche con i bambini. Lo si deve fare - spiega Marziale - in modo semplice, ma senza nascondere la verità. Il bambino vive immerso in un contesto che lo avvicina alla guerra con i videogiochi, che si possono usare come mezzo per spiegare la realtà. La scuola, forse ancora più dei genitori, deve farlo, deve parlare di quello che succede, i bambini si fidano degli insegnanti e ascoltano. Se il bambino apprende dell’Isis dal tg e vede il sangue, se non ha qualcuno che gli spiega cosa significa, si traumatizza. Serve un filtro».

Pellai nel suo libro dà indicazioni pratiche: «necessarie perché quando entrano queste notizie in casa, come accade per lutti o malattie, rimaniamo angosciati e spaventati e comunichiamo vulnerabilità anche ai figli».
Secondo il medico è importante che i grandi restino calmi: «non possiamo dare un’idea spaventante perché toglieremmo ai bambini la proiezione della speranza, ma dobbiamo sapere cosa e come dire le cose. Di solito gli adulti per proteggere i bambini fanno due cose pericolose: o negano l’evidenza, che è una non risposta perché i bambini capiscono cosa avviene e chiedono per sapere, o dicono bugie. Così facendo non si comunica nulla di oggettivo, anzi, il bambino capisce che di quel adulto non può fidarsi perché non dice la verità. Bisogna parlare - chiude Pellai - con parole comprensibili, trasmettendo competenza, controllo e sicurezza». 


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