Lunedì 27 Luglio 2009

Uno scrittore in fuga: "Al Nord
Ndrangheta infiltrata nel voto"

«Calabria: miliardi di euro di fondi pubblici spariti, come centinaia di persone delle quali non si sa più nulla, come migliaia di emigrati e fuggiaschi dispersi nel mondo, come il libro “La società sparente” che descrive queste sparizioni, sparito dal circuito distributivo. Il vuoto cresce, le strade franano, i tumori aumentano, i politici impazzano e imperversano con il loro incontrastato dominio delle coscienze, del voto, fondato sulla paura, sull’annientamento delle aspirazioni e delle speranze». Francesco Saverio Alessio è un uomo in fuga. In fuga per la vita, dal giorno in cui gli è stato “soffiato” che sarebbe stato fatto “sparire”. A settembre dello scorso anno ha lasciato in fretta e furia San Giovanni in Fiore, provincia di Cosenza, e da allora è ospite di amici e intellettuali in giro per l’Italia, persone che di fatto gli permettono di vivere e sopravvivere. Non si ferma mai più di una manciata di giorni nello stesso posto perché sa che la ‘Ndrangheta ha occhi ovunque. Il suo “peccato”? Quello di aver scritto un libro, “La società sparente” appunto, con l’amico Emiliano Morrone (anche lui fuggito dalla Calabria), in cui si denuncia, nominativamente, direttamente e senza sconti, l’“onorata società” frutto di uno stretto legame tra criminalità organizzata, capi bastone, massoneria, servizi segreti e politica «che impone la sua legge nella gestione dei rapporti fra Stato e cittadino». “La società sparente” documenta di indagati e reati eccellenti in Calabria, «terra di nessuno». Dagli abusi a San Giovanni in Fiore, «capitale italiana dell’assistenzialismo e bacino di voti determinanti», al progetto «politico di subordinare la società calabrese privandola di risorse, voci e reazioni». Un futuro impossibile per i giovani, che, se non emigrano, vengono «reclutati nell’esercito della ’Ndrangheta o in gruppi politici capeggiati da inquisiti». Alessio è stato “rintanato” nella nostra zona, ma nel momento in cui l’intervista sarà pubblicata si sarà già spostato: un’occasione per una chiacchierata sulla struttura criminale più potente al mondo e le sue ramificazioni al Nord, in Brianza in modo particolare.
Via dagli scaffali - Partiamo però dalla “pietra dello scandalo”, quella seconda edizione del libro improvvisamente sparita dalla circolazione «nonostante gli scaffali della casa editrice siano pieni di volumi», un libro scaricato da internet, dai siti fondati da Alessio e Morrone e da altri siti amici, non ultimo quello di Beppe Grillo, “forzando” le normative del copyright, in decine di migliaia di copie. «È stata l’unica soluzione a cui siamo riusciti a pensare – spiega Saverio – per evitare che il nostro lavoro venisse vanificato. D’altra parte, è stato l’editore a violare per primo il contratto, non c’è rimasto altro da fare che “forzare” la mano per evitare che il circuito delle informazioni si fermasse. Ora siamo pronti con un secondo libro, “Famelika”, che tratta di assistenzialismo e clientelismo nel Cosentino, area cruciale d’affari tra mafia e politica». Ma non solo: in questa seconda opera di denuncia i due scrittori trattano, facendo nomi e cognomi, dei meccanismi di formazione del consenso in Calabria anche riprendendo alcune risultanze dell’inchiesta “Why not” avviata dall’allora pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris. Vengono descritti meccanismi di costruzione forzata del consenso in varie parti d’Italia, della diffusione del potere della ‘Ndrangheta al Nord, dei rifiuti cancerogeni nelle scuole di Crotone. Gli autori si soffermano anche sulla responsabilità civile dei cittadini che accettano la sparizione delle parole, della democrazia, il silenzio dell’omertà.
Intimidazioni - “Riempiti” di querele poi archiviate, minacciati e intimiditi, Alessio e Morrone tornano a raccontare la Calabria della ‘Ndrangheta con la ”n” maiuscola, quella delle complicità politiche e del silenzio dei sottoposti. Il volume è pronto ma non è ancora stato pubblicato: «Vista l’esperienza de “La società sparente”, stiamo individuando il canale migliore per la pubblicazione - spiega Francesco Saverio Alessio -. Ci sono case editrici importanti interessate, ma non vorremmo giocarci parte delle libertà di cui godremmo se lo pubblicassimo per conto nostro. Insomma, ci siamo presi del tempo per riflettere». Tornando alle infiltrazioni mafiose, nella fattispecie ‘ndranghetiste al Nord, Saverio spiega come «nel nuovo libro ci sia un lungo e dettagliato capitolo dedicato all’argomento. A che punto siamo? Siamo al punto in cui anche nel Nord la ‘Ndrangheta si è infiltrata a livello di voto. Le cosche si prendono gli appalti e con l’estorsione impongono il dominio mafioso sulle coscienze. Il Nord è devastato dalla ‘Ndrangheta, che ha fiumi di denaro e riesce, quindi, a modificare il consenso. Al Nord non c’è controllo del territorio, altrimenti alcuni casi di cronaca che riguardano anche la vostra zona non sarebbero stati possibili (il riferimento, implicito, è alla questione delle discariche controllate dalle cosche smantellate lo scorso autunno in Brianza, ndr). È una piaga molto più estesa di quanto non si pensi, più di quanto qualsiasi relazione parlamentare possa raccontare. Aggiungo anche un pensiero che mi ha più volte espresso Elio Veltri: se al Nord ci fosse più controllo, moltissimi consigli comunali verrebbero sciolti per mafia».
Un'esistenza da fuggiasco - Ma quando finirà la vita da fuggiasco? «Non c’è un giorno della mia vita nel quale non pensi almeno una volta alla Calabria – risponde Alessio -. Sarà che la mia ultima partenza, obbligata e necessaria, dettata dal bisogno di fuggire a un’esecuzione sommaria, è stata più improvvisa di altre partenze ponderate e scelte. Sarà che sono legato alla casa dove sono nato, ai miei mobili, ai miei libri, ma non riesco a mandare giù questa sensazione amara di vuoto, di perdita definitiva. Mi manca lo Jonio, mi manca la Sila: i suoi boschi, le sue albe, “il suo cielo di un azzurro così intenso che fa male agli occhi” come disse il grande regista Wim Wenders a Emiliano Morrone in un’intervista fatta proprio in Sila nel 2003. Poi penso all’ambiente apparentemente intatto che nasconde indicibili rifiuti tossici, allo Jonio intriso di mercurio e altre porcherie, all’ambiente sociale, grigio, tetro, improduttivo e inespressivo, gravato dalla paura del futuro e mi vien voglia di non tornare, mai. Mi vien voglia di dimenticare per sempre quella terra, quella gente. L’esilio di un calabrese è orrendamente triste: è senza possibilità di un ritorno. Si sa che, anche se si torna, si trova un luogo dove non si ha la possibilità di esprimersi come essere umano autonomo, si trova un luogo violentato e sventrato da un fiume di cemento, da costruzioni prodotte da una poetica del brutto che soltanto un’anima collettiva squallida ed egocentrica può produrre. Se è vero che una civiltà si esprime attraverso l’architettura e la gestione decorosa dell’ambiente, attraverso la bellezza che è in grado di conformare, si può affermare che i calabresi appaiono incivili. Questo senza scendere in altre analisi di carattere politico, sociale, antropologico. Si vive in esilio ma senza alcuna speranza di poter tornare in un posto che tu possa riuscire ad amare fino in fondo, che una volta tornato possa accoglierti, offrirti delle occasioni di crescita. Ti attendono l’orrore e la morte senza gloria».
Nessuno spera più - «Non c’è speranza e neanche più lotta in Calabria, almeno nella mia generazione, pochi giovani che provano a combattere isolati dagli adulti, dal tessuto sociale, dalle loro stesse famiglie - conclude Alessio -. Tutto resta immobile. La vita impietrita come in un fossile. A volte mi viene il desiderio di vederla scomparire inghiottita dal Mediterraneo. Poi penso a quanto l’opposizione strenua contro questo orrore mi abbia fatto crescere e cerco di concentrarmi su un sogno: la Calabria immaginata dalle tantissime persone oneste e sensibili che come me sono in esilio. Mi immergo in questo sogno e, anche se non riesco a recuperare razionalmente alcuna speranza, continuo la lotta. Denunciando e proponendo. Scrivendo. Amando. Soffrendo».
Antonella Crippa

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