#Fuoriporta, si ricomincia dagli stadi vuoti: ma c’è chi ha capito che il sale non è la tv
Il riscaldamento di Milan-Monza, sabato 5 settembre a San Siro: anche in questo caso, spalti vuoti e tifosi interdetti allo stadio

#Fuoriporta, si ricomincia dagli stadi vuoti: ma c’è chi ha capito che il sale non è la tv

Nella rubrica di Fabio Monti, l’imminente fischio di inizio ai campionati di calcio e l’assenza degli spettatori. Ciò che avviene oltre confine, con differenziati approcci agli ingressi (contingentati) degli spettatori, conferma che il calcio non può vivere solamente come spettacolo da salotto

I campionati di serie A e B ricominceranno come si sono conclusi: senza spettatori. Stadi deserti, fino a nuovo ordine, nonostante le pressioni della Juve per aprire almeno uno spicchio di stadio all’esordio con la Sampdoria (20 settembre). La sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, ha indicato sabato 17 ottobre come data per una mini-riapertura: «Se i numeri fossero buoni, potrebbe esserci un po’ di pubblico a San Siro per Inter-Milan. Tante volte ho cercato di spiegare che l’arrivo di tanta gente, gli inevitabili assembramenti, l’uso dei mezzi di trasporto per andare allo stadio rappresentano aspetti di grande rischio. Sono i ragazzi italiani ad avere tra le mani il destino di questo Paese. Se sulla scuola ce la caveremo bene, potremo riparlare anche degli stadi. Per la riapertura il 4 ottobre è prematuro, perché occorrono altri 15 giorni di valutazione». In Francia, nonostante la curva pandemica in continua ascesa e mezzo Paris St. Germain in isolamento, il campionato è ripreso con una capienza massima di 5.000 spettatori per partita. In Germania, a Lipsia-Mainz del 20 settembre saranno ammessi 8.500 tifosi, sorteggiati tra i 22.000 abbonati, con protocollo rigido: biglietto nominativo e non cedibile, istruzioni per l’ingresso e posto fisso con distanziamento. In Inghilterra, come in Italia, si parla di ottobre; in Spagna il governo non ne vuol sapere di riaprire, almeno per ora. Riportare i tifosi negli stadi non deve essere considerato soltanto come un simbolo della volontà dei club di ridare fiato a bilanci in rosso, come ha certificato nella sua relazione ai club europei il presidente dell’ECA, Andrea Agnelli. Giocare in stadi deserti è il minimo del massimo: meglio di niente, ma anche un senso di desolazione. Lo ha ricordato, fra i tanti, Roberto Mancini: «Alla ripresa delle partite, dopo il lockdown, ero tornato allo stadio, ma dopo un po’ non ci sono più andato, perché una partita senza pubblico non è una partita vera. È un calcio dimezzato in tutti i sensi». Riportare una piccola parte di pubblico allo stadio sarebbe prima di tutto un modo per non trasformare il calcio in uno spettacolo soltanto televisivo, da vedere (con distacco) in poltrona, invece che allo stadio, dove persino i tifosi della Juve, dall’alto dei loro otto scudetti consecutivi, ogni tanto soffrono. Detto che l’ultima parola tocca al Comitato tecnico-scientifico, e ci mancherebbe se non fosse così è che le priorità sono altre, il sale del pallone che rotola è la passione, non la tv, che pure tiene in vita aziende dalle fondamenta di argilla.


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