#Fuoriporta, l’eredità di Mino Favini: il “mago” di Meda che conquistò la serie A
Un’immagine del 2010: Stefano Borgonovo attorniato da alcuni grandi del calcio. Alle sue spalle, da sinistra, Roberto Baggio, Demetrio Albertini, Franco Baresi, Marcello Lippi, Stefano Eranio e Mino Favini. Accosciati, sempre da sinistra, Paolo Maldini

#Fuoriporta, l’eredità di Mino Favini: il “mago” di Meda che conquistò la serie A

LEGGI La morte - Nella rubrica di Fabio Monti la scomparsa dell’ex calciatore, poi talent scout di grandi del nostro calcio: Vierchowod, Matteoli, Fusi, Galia, Simone, Zambrotta e Borgonovo, solo per citarne alcuni. Per 20 anni all’Atalanta, lanciò Tacchinardi, Morfeo, Pazzini, Donati, Bellini, Pinardi, Pelizzoli, i due Zenoni, fino a Montolivo, Padoin, Bonaventura, Gagliardini, Conti e Caldara

Pensare giovane, pensare ai giovani. È stato il pensiero dominante di Fermo (Mino) Favini, uscito di scena all’alba di martedì 23 aprile, per un’ischemia cerebrale. Nato a Meda il 2 febbraio 1936, brianzolo doc, che mai ha rinnegato le sue origini (i funerali venerdì alle 15 a Meda), studente al collegio De Amicis di Cantù, dove lo avevano mandato i genitori, titolari di una panetteria, buona mezz’ala, prima a Como e poi a Brescia, dove aveva giocato insieme con Eugenio Bersellini, che sarebbe diventato suo cognato, Favini aveva debuttato in serie A con l’Atalanta nel 1960: due stagioni, poi il ritorno a Brescia e la Reggiana come ultima tappa.

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Ma a fare la differenza sono state le sue qualità di allevatore di campioni, dove si è rivelato un fuoriclasse. Responsabile del settore giovanile del Como, aveva subito mostrato le sue qualità, lanciando in orbita campioni come Vierchowod, Matteoli, Fusi, Galia, Simone, Zambrotta e Borgonovo, scovato a 10 anni. «Mi avevano impressionato la sua intelligenza calcistica e la sua prontezza di riflessi. Aveva tirato in porta e preso il palo e mentre gli altri, compagni e avversari, guardavano, lui aveva già ribadito in gol». Nel 1990, quando Percassi arriva all’Atalanta, chiede a Franco Previtali, talent scout neroblù di altissimo livello: «Chi è il miglior uomo in circolazione, al quale affidare tutto il nostro settore giovanile?» La risposta è immediata: «Non c’è corsa, prendi il mago di Meda e sei a posto per vent’anni». La profezia si è avverata, perché Favini è rimasto all’Atalanta fino al 26 maggio 2015, punto di riferimento anche durante la presidenza di Ivan Ruggeri (1993-2013). E in 24 anni ha sfornato decine di giocatori che sono stati la grande forza dell’Atalanta. Per ricordarne solo i nomi, ci vorrebbe una pagina, a cominciare da Tacchinardi, Morfeo, Pazzini, Donati, Bellini, Pinardi, Pelizzoli, I due Zenoni, fino a Montolivo, Padoin, Bonaventura, Gagliardini, Conti e Caldara. E poi gli allenatori: da Prandelli a Vavassori, da Savoldi a Finardi e Bonacina, oltre al «maestro» Bonifaccio. La forza del signor Mino è stata quella di essere un rganizzatore e soprattutto un educatore, dentro e fuori dal campo. Amava i giocatori tecnici («i piccoli con I piedi buoni sono in rimonta»), ma pretendeva ottime pagelle a scuola, perché «chi non studia, sta fuori squadra» e raccontava che la sua sconfitta più amara aveva coinciso con il giorno in cui un inserviente gli aveva detto: «La sua squadra ha lasciato lo spogliatoio che sembrava un porcile». Una frase che dice tutto.


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