#Fuoriporta, Lega di serie A: giù Dal Pino. Non ci si svenda per i diritti televisivi
La serie A a porte chiuse e i rinvii di campionato

#Fuoriporta, Lega di serie A: giù Dal Pino. Non ci si svenda per i diritti televisivi

Nella rubrica di Fabio Monti il caso dei calendari tra rinvii, porte chiuse e polemiche. Perché il calcio ai tempi del Coronavirus, costretto a rinviare 10 partite di campionato, anteponga sempre la tutela pubblica al business

Comunque vada a finire la drammatica esperienza legata al diffondersi del Coronavirus, è già gin troppo chiaro chi non ha fatto la peggior figura possibile: i vertici della Lega (calcio) di serie A. Il genio della lampada è stato, in queste ore, Paolo Dal Pino, super manager nel settore delle telecomunicazioni e presidente dall’8 gennaio di quella che viene definita, per errore, la Confindustria del pallone. Mentre il mondo è in balia di una malattia che non si sa se e quando attenuerà i suoi effetti (forse con il caldo dell’estate), ha imposto il rinvio di 10 partite di campionato, rifiutandosi di farle giocare a porte chiuse. Perché? Perché deve vendere all’estero i diritti tv delle partite del triennio 2021-2024 e inquadrare gli spalti vuoti soprattutto di Juve-Inter avrebbe offerto una pessima immagine del stato di salute del calcio italiano. Per il virus, non si celebrano messe in piena Quaresima e sono stati chiusi la Scala, cinema e teatri, il museo del Louvre a Parigi; per il virus, sono saltate le prime due tappe del Mondiale di MotoGP e il Mondiale indoor di atletica; per questa malattia, che in Italia è prossima ad uccidere 100 persone in meno di due settimane, sono in forte dubbio Europeo di calcio (12 giugno-12 luglio) e Olimpiade (24 luglio-9 agosto), nonostante l’ottimismo di facciata di Uefa e Cio; per il virus si gioca a porte chiuse in tre quarti di Europa e il dottor Dal Pino pensa ai diritti tv. La vicenda ha toccato punte di alta comicità quando aveva deciso di consentire ai tifosi di Juve e Milan di assistere alla semifinale di ritorno di Coppa Italia, purché non residenti in Lombardia, nella provincia di Savona e a Pesaro-Urbino. E se un torinese avesse raggiunto per motivi di lavoro la città di Lodi o quella di Milano per motivi di lavoro? Per fortuna è intervenuto il prefetto di Torino e ha bloccato tutto. Nel frattempo, dopo giorni di meditazione, ha dato segni della propria attività il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, che ha chiesto di «stare uniti» e che «il calcio deve andare avanti». Con dirigenti come lui e come il dottor Dal Pino, convinto che il virus sarebbe sparito all’alba del 9 marzo e che nel frattempo è stato commissariato dal Governo, può soltanto andare indietro.


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