#Fuoriporta, l’addio ad Alberto Rivolta: da Lissone all’Inter, palleggiò con la sfortuna
Alberto Rivolta, qui al centro e già provato dalla malattia, in una foto di qualche tempo fa con Riccardo Ferri, a sinistra, e Nicola Berti

#Fuoriporta, l’addio ad Alberto Rivolta: da Lissone all’Inter, palleggiò con la sfortuna

Nella rubrica di Fabio Monti, la morte dell’ex calciatore nerazzurro, che dalla Brianza era partito con un carico di talento e determinazione. Una carriera terminata a 25 anni e con la firma sullo scudetto dei record con il Trap

«Rivolta: 7. Non ha battuto ciglio, il ragazzino, 18 anni appena compiuti, di fronte alla enorme difficoltà di una serata in cui avrebbe potuto restare travolto da una responsabilità troppo pesante per le sue fragili spalle. Si è battuto con coraggio e dedizione». La pagella, firmata da Ezio De Cesari sul «Corriere dello Sport-Stadio», è storia di 34 anni fa: mercoledì 11 dicembre 1985, nel fango di Varsavia, Legia-Inter 0-1, gol di Fanna al 3’ del secondo tempo supplementare e qualificazione ai quarti di Coppa Uefa.

In campo, dall’inizio, grazie alla coraggiosa scelta di Mario Corso, appena approdato sulla panchina nerazzurra al posto di Castagner, Alberto Rivolta aveva stupito tutti, per l’autorevolezza con la quale si era battuto, non solo in difesa, ma anche in mezzo al campo. Torna il ricordo di quella battaglia sotto il diluvio, ora che Rivolta se ne è andato il 3 novembre, ucciso, il giorno prima di compiere 52 anni, da un ependimoma midollare, raro tumore del sistema nervoso centrale, che gli aveva attaccato il canale centrale del midollo spinale: nel tempo aveva perso l’uso di un occhio, aveva subito un abbassamento dell’udito ed era stato costretto su una sedia a rotelle.

Alberto Rivolta con la casacca dell’Inter dei record

Alberto Rivolta con la casacca dell’Inter dei record

Rivolta ha dovuto fare i conti con questa «bestia», per venticinque anni, anche se all’inizio sembrava che tutto potesse essere gestito. Non è andato così e a ripensarci, è possibile che già nei primi anni da giocatore il tumore si stesse manifestando in forma misteriosa: troppi gli infortuni muscolari, già da ragazzo, al punto che era stato costretto a lasciare il calcio ad appena 25 anni, lui che viveva per il pallone, come si era capito all’inizio, nella Pro Lissone.

Quando il destino decide di accanirsi su una persona, ci riesce benissimo e con una crudeltà difficile da comprendere. Aldo Serena, che aveva giocato con lui nella stagione dello scudetto dei record (1988-1989), due settimane fa era andata a trovarlo all’hospice Santa Maria delle Grazie di Monza ed era uscito provatissimo da questa visita: «Alberto ha un coraggio da leone; resiste a tutto ed è incredibile la sua passione per il calcio e per l’Inter. È il suo pensiero fisso e nonostante tutto, segue ancora le partite». Chissà quante volte Alberto avrà ripensato a quel giorno di dicembre, quando alle 11 del mattino «Corso mi ha chiamato e mi ha detto: Cucchi ha la febbre, parti dall’inizio. Avevo già giocato con il Linz a novembre nell’ultima mezz’ora, ma questa volta è stato tutto più bello. Una serata indimenticabile». In tutti i sensi.


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