#Fuoriporta, la prima B insieme a Frossi: olimpionico dal Monza all’Inter e ai giornali
Annibale Frossi, in basso a destra, durante Monza-Roma del 1951

#Fuoriporta, la prima B insieme a Frossi: olimpionico dal Monza all’Inter e ai giornali

Nella rubrica di Fabio Monti la figura del giocatore che divenne mister e poi si mise dietro a una macchina da scrivere, per Corriere della Sera e Il Giornale. Fu con lui che i biancorossi inseguirono per la prima volta la serie cadetta

Il Monza rincorre la prima serie A della sua storia. Nell’autunno di 70 anni fa, invece, inseguiva la prima volta in B, traguardo che avrebbe raggiunto sei mesi dopo. In panchina, c’era una figura molto speciale nella storia del calcio italiano: Annibale Frossi. Friulano di Muzzana del Turgnano, provincia di Udine, classe 1911, fisico asciutto, nome da condottiero, da calciatore era stato un rarissimo caso di calciatore in campo con gli occhiali, causa miopia. Ala scattante, dotata di dribbling spesso irresistibili, tiro secco e grande precisione nei cross, aveva superato in partenza l’opposizione della madre ad una carriera da giocatore, visto che al punto che la signora aveva chiesto l’intervento dei carabinieri, quando il figlio era andato a giocare a Padova, dopo gli inizi nell’Udinese. Era stato Frossi a trascinare l’Italia all’unico titolo olimpico della sua storia (sette gol in quattro partite, due nella finale con l’Austria), Berlino 1936, anno in cui era stato acquistato dall’Ambrosiana-Inter (due scudetti, 1938 e 1940). Nel frattempo si era laureato in legge con una tesi su «Liceità giuridico-penale delle lesioni negli incontri di calcio». Finita la guerra, aveva deciso di abbandonare in maniera definitiva il pallone. All’Alfa Romeo, dove lavorava, era stato convinto da un dirigente ad allenare il Luino, da lui portato alla serie C dalla Promozione. Passato poi al Mortara, era approdato al Monza, dove sarebbe rimasto per quattro stagioni, conquistando la promozione in B nel 1951, prima di sedersi sulla panchina del Torino e poi dell’Inter. Convinto sostenitore già nel Monza di schemi innovativi rispetto al «metodo», aveva anticipato il modulo della grande Ungheria votata all’attacco a “M” con il falso centravanti arretrato e con le due punte interne avanzate. La personalità spiccata, la qualità dialettica in un mondo calcistico ancora molto conservatore, la teoria in base alla quale la partita perfetta finisce 0-0, l’attenzione al rigore difensivo gli avevano creato non pochi dissapori con i giocatori, i dirigenti e la stampa, che lo aveva ribattezzato «il dottor Sottile». E per la legge del contrappasso, lasciata la panchina si sarebbe dedicato proprio al giornalismo, sempre molto efficace nel redigere le sue analisi tecniche, prima per il «Giornale» di Montanelli e poi per il «Corriere della Sera».


© RIPRODUZIONE RISERVATA